sabato 10 ottobre 2015
IL MIO COMING OUT.
giovedì 5 settembre 2013
UN CASTELLO...DUE ANIME...
Era la fine di maggio del 2007. Marco era il mio compagno già da 8 mesi molto intensi. Doveva partire per un lavoro in Romagna e sarebbe dovuto star via per un mesetto. Così decidemmo di passare un pomeriggio/serata particolare, proprio perchè non ci saremmo visti per un po' di tempo.
Credo di aver già scritto in passato che il mio luogo "magico" per eccellenza è Castel del Monte, a poco più di 20 chilometri da casa mia. Negli ultimi quindici anni, ho scoperto di avere un rapporto molto speciale con quel posto, visitato più volte con la mia amica del cuore, anche lei molto attratta dal mistero che emana. Una sorta di attrazione e inquietudine. Un mix micidiale che provoca in me intense emozioni. Per questo reputo quel posto il punto d'arrivo di qualcosa, una sorta di ufficializzazione di un rapporto. Non so spiegarlo in altre parole. Ci ho passato alcuni "crepuscoli" con la mia amica (che sente le mie stesse emozioni), abbiamo passeggiato intorno al castello, mano nella mano, in silenzio. Abbiamo ascoltato la nostra musica ai piedi dello stesso. Insomma...si sarà compreso che è il "mio luogo".
Ecco perchè decisi di andarci con Marco, ovviamente facendo in modo che ci trovassimo lì, al tramonto, nel momento più bello della giornata. Imboccai la solita strada (ce ne sono almeno due per arrivarci), quella che permette di vederlo "avvicinare" pian pianino, rendendo l'attesa dell'arrivo ancora più emozionante. Come detto, il Castello provoca in me una forte attrazione, direttamente proporzionale all'inquietudine che lo stesso trasmette. E arrivarci piano piano, con la mano dell'uomo che amavo nella mia, come si suol dire....non ha prezzo. Man mano che il castello si avvicinava, spuntando sempre più imponente sulle distese campagne della zona, il cuore batteva più forte e la mano si stringeva sempre più al mio Marco. Arrivammo ai piedi del monte e, stranamente, non c'era anima viva. Nemmeno un cane. Con grande soddisfazione scendemmo dall'auto e ci avvicinammo alla strada pedonale che gli gira intorno dal basso fino ad arrivare davanti alla porta, a livello del castello (è su una collinetta, appunto). Mano nella mano come non avevamo mai fatto, con il mio cuore che batteva insieme al suo (me ne accorgevo dal leggero pulsare della sua mano). Facemmo qualche metro e ci abbracciammo, visto che, non c'era proprio nessuno (il castello è circondato da qualche centinaio di metri di campagna senza costruzioni). Che bella sensazione di libertà. Potevamo farlo alla luce del sole (al tramonto) senza pensare alle occhiate della gente ignorante che, in casi come questo, rovina l'atmosfera. Un odore di terra nell'aria, un silenzio quasi irreale. Io, lui, i nostri respiri e i passi lenti...
Il nostro rapporto è stato molto equilibrato. Nessuno dei due ha mai prevaricato. Provavo un senso di protezione nei suoi confronti e mi sentivo protetto nello stesso tempo.
Ad un certo punto (ecco l'episodio un po' intimo ma assolutamente funzionale al racconto) gli dissi che...avevo bisogno di far pipì. I bagni erano chiusi. Lui mi disse di appartarmi tranquillamente, poco giù alla stradina, visto che nessuno mi avrebbe visto. A questo punto venne fuori la mia paura per i rettili (essendo in piena campagna, non era strano che lucertolone attraversassero il viottolo). Gli dissi che avrei potuto resistere fino a quando non fossimo arrivati in un luogo ove ci fosse un bagno aperto (era prevista una cenetta). Al che...mi disse "Non fare lo scemo, scendi qualche gradino e non aver paura. Quanto ci devi mettere? Trenta secondi? Quanti serpenti avranno il tempo di avvinghiarsi alle tue gambe?", con fare quasi paterno e protettivo. Al mio insistere mi disse che anche lui aveva bisogno e che saremmo scesi in campagna entrambi, così il problema si sarebbe risolto. Così facemmo. Lui da una parte, io dall'altra. Risalendo...mi disse che la sua era stata una finta e che l'aveva fatto per starmi vicino e farmi sentire protetto. Ci abbracciammo. Tra le sue braccia mi sentivo a casa. E in quel particolare frangente mi fece enormemente piacere il suo gesto amorevole. Mi sentì protetto. Dopo l'emergenza idrica, continuammo la scalata, mano nella mano. Ogni tanto ci si fermava per abbracciarci in silenzio...Giungemmo finalmente al culmine, davanti al portone (chiuso). Luogo altamente simbolico. Facemmo qualche passo con le braccia dell'uno attorno alla vita dell'altro...poi del tutto naturalmente le nostre teste si avvicinarono, e un bacio sulla guancia partì senza che me ne accorsi. Poi quasi come fosse una sceneggiatura dei migliori film d'amore con momento clou...ci riabbracciammo e ci baciammo dolcemente e appassionatamente, forse come mai avevamo fatto. Fu, per me, la consacrazione del rapporto. Non so spiegare il perchè. Fu la realizzazione di un sogno, condividere quel luogo con l'uomo che amavo, condividere l'intimità di un meraviglioso e dolcissimo bacio, proprio davanti a quel portone, l'ingresso del Castello, per me così altamente simbolico. Ricordo ancora perfettamente la sensazione e ne sento un po' di nostalgia. Avrei voluto rimanere con lui lì, in quel punto, con quegli odori, con quei sapori, con quel calore, con quella commozione, con quel tremore, con quella sensazione di libertà, di consacrazione...per tutta la notte. Quando il crepuscolo lasciò il passo alla notte, decidemmo di fare il percorso inverso a andar via. Piano piano, con una leggerezza meravigliosa, ripercorremmo la stessa stradina di cemento e ciotoli...fino a giungere all'auto. Il punto di vista era eccezionale: il Castello s'intravvedeva imponente tra i rami dei tanti alberi che erano al termine del viottolo, dove avevo parcheggiato l'auto. Massive Attack a manetta....ancora mano nella mano....con qualche soave bacio sulle labbra che appena ci sfioravamo. Dovemmo, purtroppo, andar via. Tornammo in città. Andammo a mangiare una pizza ma il cuore rimase lì, davanti al portone del mio Castello, dove avevo portato il mio fidanzato, come a sancire una sorta di matrimonio tra due anime che si volevano un mondo di bene.
sabato 10 agosto 2013
IL RITO DELLA DOMENICA MATTINA.
Il periodo di narrazione si riferisce sempre allo stesso lasso di tempo, più o meno. Avevo 11/13 anni.
Voglio narrare la "domenica mattina" perchè è rimasta indelebile in me per certi riti che si ripetevano piacevolmente.
Dopo aver terminato, arrivava il momento del "lavaggio personale", per prepararmi all'uscita con mio padre che veniva a citofonarmi sempre al solito orario, le 11.30 circa. Quindi scendevo e gli andavo incontro, visto che era al bar (della focaccia), suo punto di ritrovo con gli amici. Se ero fortunato, gli sfottò calcistici domenicali (all'epoca non seguivo quello sport di cui mi sono follemente innamorato pochi anni dopo) duravano solo una decina di minuti e poi si andava verso l'auto per il classico giro. Una volta arrivati alla macchina, già guardavo, sul sedile posteriore, il "Tv sorrisi e canzoni", che conteneva trame e anticipazioni dei programmi e serial dell'epoca (Dallas, Dynasty). Si entrava, mi sporgevo verso dietro e prendevo finalmente l'agognato giornale per scoprire i segreti dei Carringhton e degli Ewing. Iniziava il tour, mentre leggevo il tutto, riferendo poi a papà che era solito stroppiare i nomi dei personaggi dei due serial (perchè sapeva che dava fastidio in casa ma, in fondo, a me divertiva). Dopo una passeggiata al mare, prima tappa, il fruttivendolo per acquistare le castagne (a seconda del periodo stagionale) o la frutta secca. Quattro chiacchiere futili con i proprietari del negozio e ci s'incamminava nuovamente verso l'auto, per immetterci nuovamente nel traffico e giungere alla seconda, fondamentale fermata: la pasticceria. Una volta trovato un posto di fortuna, si giungeva nel negozio che più mi affascinava, pur non essendo mai stato un amante del "dolciume vario". Già da fuori nelle narici s'insinuava il classico odore dolciastro ma non stucchevole da cui, ammetto, comunque ero attratto. A periodi...mio padre comprava una torta...più spesso le classiche paste. Un cabaret molto variegato con gioielli dolci di tutte le misure e colori. Alcuni li sceglievo io e, con lo sguardo, già li pregustavo. Era sempre bello veder impacchettare il tutto, non so perchè. Dopo aver pagato, si usciva, per dirigerci in direzione casa (d'estate le paste venivano sostituite da una bella cassetta di gelato assortito:cioccolato, stracciatella, caffè). Dopo un'altra buona mezz'ora nel traffico, si giungeva finalmente a casa. Io correvo subito in cucina da mia madre, per raccontare le novità lette sul famoso giornale. La tavola era già pronta. L'odore del ragù di carne o dei maccheroni al forno...impregnava ogni angolo della casa. Non restava che togliere il cappotto, lavare le mani e sedermi a tavola, affamato e impaziente. Molto semplice. Questa era la domenica mattina della mia infanzia/prima adolescenza.
lunedì 5 agosto 2013
IL POTERE DELLA VERITA'
Il tema proposto oggi avrebbe bisogno di una narrazione molto ampia e si ricollega, in parte, a quanto scritto a proposito del mio percorso psicanalitico. Posso affermare che non sono stato un bimbo (partendo dall'infanzia) di quelli dalla bugia facile. Anzi. Nella mia ingenuità...parlavo di tutto...anche con disinvoltura di alcuni particolari visti durante le passeggiate con mio padre e la sua puttana/amante (scusate la crudezza ma le persone vanno chiamate con il loro nome), che non era altro che la sorella di mia madre (che bella parentela, vero?), tra l'altro sostenuta da tutta la sua famiglia, allora, e preferita ancora adesso che la storia è terminata, causa decesso di mio padre. Ma per questo argomento, per il becero comportamento di tutti i parenti ignavi a convenienza, dedicherò un capitolo a parte, visto che la storia fa parte del passato (la storia, non il loro modo di porsi ambiguamente con la persona che mi ha rovinato la vita).
Dicevo della verità. A parte l'indole che mi ha sempre portato ad essere sincero, mi sono sempre posto, come paradigma di vita, il non prendere in giro chi non lo fa con me (perchè gli altri vanno trattati allo stesso modo in cui si pongono nei nostri confronti).
Ai tempi delle elementari non dicevo il perchè rifiutavo la scuola, semplicemente perchè non lo sapevo sul serio. L'ho scoperto dopo anni, con l'analisi. E ne ho parlato, in un vecchio articolo, anche in questo blog.
Mi sono posto l'obiettivo di essere trasparente per mia madre (e di conseguenza per tutti) visto che anche le persone a lei più vicine, ipocritamente, le hanno sempre mentito oppure omesso certe verità.
Diciamo che il compito non è stato facile perchè, da adolescente, ho avuto la certezza di essere gay e non ho potuto/voluto parlarne subito a causa di un percorso ancora da percorrere (l'analisi è servita anche a questo).
Ecco...sono stati anni dilanianti per me, non tanto per la condizione di omosessuale, digerita quasi subito, in quanto semplice sfaccettatura del mio modo di essere. Ma per il fatto di non poterne parlare con mia madre, la donna che ha sempre meritato la trasparenza che in pochissimi le hanno donato. Più mi sentivo libero e padrone di me stesso, più iniziavo a cercare di conoscere qualche ragazzo per una storia costruita sull'affetto, più mi sentivo in colpa per non poter condividere questa parte della mia vita con la persona più importante della mia vita stessa. Ci ho messo dieci anni, e tante lettere, scritte, riscritte, corrette, prima di arrivare alla stesura definitiva (nel 2004) delle missiva che mia madre poi ha letto. Lo scrivano mi diceva: "si può dire tutto a tutti, bisogna solo usare le parole giuste e trovare il tempo più adatto. Senza paura. E anche che, quando, rileggendo la famosa lettera, non troverai più alcuna correzione da apportare, sarà arrivato il momento giusto per compiere quel passo". Il tutto si svolse proprio così. Mi resi conto che, una lettera scritta mesi prima, non aveva alcun punto da correggere e capì che era arrivato il momento di parlare.
Un sabato pomeriggio di Novembre, dopo pranzo, dissi a mia madre che avevo qualcosa da farle leggere. Solo che...poi le parlai direttamente. La sua reazione mi sorprese (non che dubitassi della sua intelligenza, fosse capitato a qualche sua parente...sarebbe scoppiata la guerra mondiale). Le parlai fluidamente di tutto il mio percorso. Mi sentì assolutamente sollevato e libero. Libero di non dover più fingere, omettere o nascondermi. Libero di poter parlare di me a chiunque, senza paura, visto che la persona "da proteggere" da eventuali pettegolezzi sgradevoli, era stata messa al corrente. La lettera....poi....decise comunque di leggerla, tanto per curiosità e ne rimase colpita per il modo delicato in cui avevo trattato un tema comunque impegnativo.
Ho detto tutto questo, ho parlato della confessione più importante della mia vita, per far comprendere a chi legge questo scritto che, da quel momento, sono stato la trasparenza in persona e ho iniziato a detestare, nel vero senso della parola, tutte le persone ambigue che mi circondavano (e che mi circondano). Non ammetto che mi si prenda in giro. Pretendo la massima sincerità, la stessa che riservo alle persone che tratto. Quando mi rendo conto che c'è puzza di menzogna, il mio atteggiamento cambia completamente, anche se, all'apparenza, sono sempre lo stesso. Controsenso? Certo che no. Intanto metto al corrente la persona che si è presa gioco di me, anche in modo implicito, che me ne sono accorto e poi la tratto come merita, con una bella maschera impenetrabile. Mi riesce difficile, certo, indossarne ancora. Però, a volte, sono costretto ad adeguarmi soprattutto per disprezzo e perchè le persone che la vedono, non meritano di scorgere il mio animo, il mio vero volto.
Quando su facebook ho deciso di fare coming out, senza problemi, selezionando le persone che meritavano di andare più a fondo su di me, ci fu una parente che mi sconsigliò questo, piuttosto che quel contatto. Perchè se avessero saputo della mia omosessualità, avrebbero potuto cambiare idea sul sottoscritto. Ma ben venga una svolta del genere. E' l'occasione per fare un pò di pulizia. Cosa che ho fatto. Non ho seguito, per fortuna, i suoi consigli e una selezione naturale è avvenuta.
Io non ho mai avuto problemi a parlare, se il caso lo richiedeva, della mia omosessualità, visto che non è nulla di strano, perverso, malato come, forse, la persona che mi aveva consigliato di rimanere nell'ombra, pensa. Vado sempre avanti, come ho già scritto in un recente articolo del blog, a petto in fuori e orgoglioso di essere come sono: un uomo sincero, leale, che non tradisce, che si fa in quattro per gli altri, rispettoso, educato. Delle persone di cui mi innamoro o con cui vado a letto, deve interessare solo a me, non modifica la mia personalità. Chi si fa tanti problemi, evidentemente, considera me non come un uomo ma semplicemente come un gay. Non esprimo cosa penso in merito, sarei troppo volgare.
E anche della vecchia problematica familiare non ho mai avuto problema a parlarne, in quanto parte lesa. Quante volte mi è capitato di chiamare quella persona con i giusti termini, con il sorriso sulle labbra, in passato. Altri omettono addirittura il tutto, come se in città e nel circondario, per 40 anni, non fosse la storia sulla bocca di tutti.
Ecco...ho preso come esempio queste due situazioni della mia vita, per dimostrare cos'è, per me, la verità. Io non ne ho paura, anzi. Mi piace parlare tranquillamente e senza falsi pudori o tabù, di tutto con tutti, nei giusti tempi, come imparato dall'esperienza.
L'effetto collaterale, di cui me ne frega fino ad un certo punto è che LA VERITA' FA PAURA, sempre. Io non ho peli sulla lingua e se si affronta un argomento...vado fino in fondo senza paura, perchè non ho nulla da nascondere. Le persone come me....fanno paura ma è un bene che esistano.
domenica 4 agosto 2013
IL MIO SCRIVANO...
Non è un mistero, per chi mi conosce, che abbia fatto 9 anni di analisi (divisi in due parti, prima 4, poi 5) che mi hanno aiutato parecchio, insegnandomi anche un linguaggio interpretativo, introspettivo, che ho adoperato anche a posteriori, nella vita, nella conoscenza delle persone, nel dare consigli agli amici.
Non avevo mai pensato di fare psicoterapia ma la presa di coscienza totale, aveva bisogno di essere "studiata" da me attraverso chi lo sapeva fare. C'è, purtroppo, al sud, la pessima idea della gente ignorante che chi va da un medico che inizia per "psi" è un malato di mente o qualcosa del genere. Senza pensare, poverini, che c'è una grandissima differenza tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra. Vabbè...sorvolo sulla pochezza di chi non comprende, visto che, fortunatamente, chi legge i miei scritti, ha una cultura medio/alta e non c'è bisogno di dare tante spiegazioni.
Il primo incontro fu molto positivo. Mi aspettavo uno di quei "professori" con i capelli bianchi (non avevo, ripeto, mai fatto questa esperienza, avendo solo 21 anni). Niente di tutto questo. Si aprì la porta di casa sua e mi ritrovai di fronte un giovane, con i capelli ricci, gli occhiali che fanno molto "intellettuale", i baffi, giacca e cravatta. Tutto molto "formale". Aveva un ottimo profumo e, forse, le particelle che noi non vediamo ma che ci spingono o meno verso qualcuno, avevano già fatto il loro dovere. Una casa molto ben arredata e di mio gusto. L'ingresso con le pareti in legno che si fondevano con il parquet che scorreva per tutto l'appartamento. Mi fece accomodare nel suo studiolo, subito dopo la porta d'ingresso e lì, per terra, un bellissimo tappeto (una mia passione) che rendeva il tutto molto accogliente, caldo, intimo, familiare. La stanza era mediamente piccola, con la poltrona (ebbene sì, credevo di trovarvi il classico lettino e mi piacque questa "novità" che non avevo considerato) immediatamente a destra, avvolta quasi da una libreria a tutta parete che partiva dalle mie spalle (una volta sedutomi) e percorreva tutta la parete alla mia destra. Sulla sinistra, c'era una scrivania di legno, abbastanza piccola, con un "caos ordinato" sopra e una lampada accesa che faceva molta atmosfera, direi quasi "inglese", non so perchè. Di fronte a me una sedia molto semplice, tipo "regista", di tela nera, su cui, dopo che mi accomodai, si sedette lui. Alle sue spalle un balcone con tante piante, con l'avvolgibile praticamente chiuso, anche quello, "elemento" che conferiva all'ambiente l'"intimità" che ci doveva essere, quel rapporto speciale che doveva nascere tra me e lui, quella fiducia che dovevo avere per avere il coraggio di parlare, senza veli, di me. In passato (quando ebbi problemi con la scuola, nel senso che non volevo andarci...per le ragioni descritte in un altro...articolo di questo blog) avevo avuto a che fare con psicologi più o meno ciucci, che mi mettevo "nel taschino", come si suol dire, con una facilità estrema. Invece, questa volta, volevo davvero parlare di me e fare ordine tra le sensazioni che provavo.
Credevo mi facesse qualche domanda....invece mi sorrise, prese il suo notes, inserito in una cartellina nera, molto piccola, la penna e mi disse di partire, di parlare di quello che mi passava per la mente. Come detto...non ero preparato per cui all'inizio fui un pò chiuso ma dopo soli trenta minuti...gli avevo detto già che ero gay, iniziando a sviscerare i perchè mi ero rivolto a lui. Ci fu un'intesa immediata. Probabilmente per la sua giovane età ma anche per la mia innata capacità di entrare in empatia con le persone più grandi di me. Il fiume in piena...iniziò a trasbordare gli argini delle mie resistenze, dei miei tabù.
Per farla breve...mi trovai così bene che dopo una manciata di sedute, già iniziai ad avvertire i benefici di quello che stavo facendo. Ricordo che ero molto confuso. Non sapevo dove mettere mano al mio caos interno. Lui mi disse: "Immagina che la tua mente sia una libreria e i tuoi pensieri dei libri che in questo momento sono per terra, si confondono nel caos. Io ti aiuterò a fare ordine ma dovrai raccoglierli, uno per uno, solo tu, e riporli, in ordine di importanza, nella libreria. Vedrai che sarà un lavoro molto interessante, solo se avrai la ferma volontà di farlo. Faticoso ma risolutivo".
Ogni volta che scendevo dal suo studio, a parte le sedute che avrei voluto continuare all'infinito, mi sentivo molto sollevato, come se stessi davvero compiendo un passo importante per la mia vita, per essere più sereno e consapevole con me stesso, migliorando anche i rapporti con gli altri.
Ricordo che le sedute più interessanti, quelle in cui davvero veniva fuori il meglio, in cui si aprivano cassetti molto nascosti, in cui mi sentivo più "nudo", in cui riuscivo a capirci qualcosa di importante, erano quelle in cui, mi sedevo davanti a lui, dicendo "oggi non so cosa dire". Un percorso molto interessante che ho sempre consigliato a tutti. Io ci andrei anche adesso se solo potessi permettermelo. Si impara, come detto, un linguaggio molto particolare, si impara a ragionare in un modo molto schematico ed emotivo allo stesso tempo. Si comprendono certi meccanismi mentali, che il nostro subconscio produce, che rimangono dentro, risultando utili anche molti anni più tardi.
Mi dicono che sono stato anche fortunato a incontrare un professionista bravo, che è riuscito nel suo compito (tranne per un argomento che mi sono rifiutato di affrontare).
Dopo la parte "seria" dell'articolo, mi permetterete anche delle note a margine molto più leggere.
Mi ero sempre posto il problema del "e se mi dovesse piacere fisicamente? Se, andando in intimità, dovessi accorgermi che il mio analista dovesse piacermi, come mi comporterei?". Ecco...non è accaduto anche se non era male... Sicuramente devo dire che esteticamente era molto piacevole, come detto. Quando si tagliò i baffi (preferisco il pizzo o la barba intera) risultò più gradevole, con i capelli ricci molto corti. Devo essere sincero, ho fatto qualche pensiero su di lui, per verificare quanto potesse piacermi (perchè si crea inevitabilmente un rapporto molto intimo tra dottore e paziente). In un paio di occasioni ho pensato anche che avrei potuto baciarlo (per me la massima forma di intimità) ma non provavo alcun trasporto. Era sempre impeccabile, anche d'estate, con la sua polo Lacoste rigorosamente nera. Sennò portava, come detto, l'abito più formale. Tutti elementi che mi colpiscono in un uomo. Purtroppo aveva l'abitudine (chiedo scusa alle signore che leggeranno quanto segue...ma un pò di leggerezza ci vuole sempre) di portare i classici pantaloni con le pinces che poco lasciavano intravvedere della parte di un uomo che guardo maggiormente se è di spalle (cioè il sedere). Certo...c'era ed era molto gradevole alla vista (occhio clinico) :)
Spero di non esser stato volgare in questa ultima parte del racconto. Ma fa parte di me...lo spaziare su tutto.
Magari tornerò ancora a parlare di lui se dovessi accostargli qualche episodio particolare.
sabato 3 agosto 2013
LA MIA NONNA "DI FATTO".

Oggi voglio parlare della mia "nonna di fatto", che poi, in realtà, era la cugina di mia madre, da parte del padre. Premetto che non ho mai conosciuto la nonna paterna effettiva e che quella materna è stata anaffettiva anche se, all'apparenza, "sembrava" altro, nel senso che c'era un rapporto, ci si vedeva ogni tanto. Da piccolo si andava anche a pranzare da lei. Ma non ho mai sentito quel trasporto, non ho mai ricevuto un gesto, anche piccolo, che me la facesse sentire vicina al cuore. Mi riempiva di ricordi scolastici, anche simpatici, ma tutto finiva lì. Era troppo impegnata con il "nipote" che ha sempre considerato quasi come fosse un figlio, per accorgersi realmente di me. Mi ha preparato per gli esami di quinta elementare, mi ha aiutato a studiare le materie umanistiche ai tempi delle medie. Ma sempre senza quell'affetto di una nonna, senza quei gesti che potevano valere molto. Anche quando le si andava a far visita, non c'era quella fiducia che avrebbe dovuto esserci. Tanto che mi sentivo talmente estraneo che, se avevo bisogno di bere o andare al bagno...chiedevo il permesso (come insegnatomi a prescindere, da mia madre, sua figlia). Mamma si accorgeva dei gesti tra lei e l'altra figlia quando io, magari, mi spostavo nella camera accanto per giocare. Come se fossi un ladro o chissà cosa. Hanno sempre pensato che non ci si accorgesse di certe occhiate. Per non parlare di un episodio che giudico come il paradigma del nostro rapporto. Era l'epoca in cui erano molto di moda le gommine, di tutte le forme (io collezionavo quelle del Mulino Bianco). Ebbene...una mattina andai a casa sua, con mio fratello, per prendere nostro cugino (che abitava lì). Entrammo nella cucina, una stanza rettangolare, con il balcone di fronte alla porta che, di mattina, era quasi sempre in penombra. Tutta contenta...prese dal mobile (non ricordo esattamente come si chiamava) una bustina, chiusa, con delle gommine che avevano la forma di dolci di varia forma. Me la pose per farmele vedere (erano uguali a quelle che aveva ricevuto mio cugino, qualche giorno prima). Immaginavo fossero per me ma...per l'educazione ricevuta da mia madre, le guardai, esclamai "che belle" ma le lasciai sul tavolone che era al centro della stanza. Quando fummo sul punto di andar via, venne verso di me, che ero seduto...vicino alle gommine che erano poggiate sulla tovaglia "incerata" (a quadratini rossi e bianchi) che si usava un tempo e disse "visto che belle? le ho comprate a Vincenzo (il cugino più piccolo), proprio come quelle che ha Fabio". Rimasi gelato (avevo 11/12 anni). E' una scena che ricordo ancora, dopo 30 anni, come si fosse svolta ieri. Meno male che non le avevo prese in mano. L'umiliazione sarebbe stata ancora maggiore...
Inutile ricordare altri episodi, non violenti, ci mancherebbe, ma, ripeto assolutamente con una grande mancanza d'affetto. Non è un caso che ricordi quella che considero come la mia nonna vera. Scomparvero nello stesso anno, a distanza di 6 mesi l'una dall'altra. Ma non c'è il minimo confronto. Tanto per fare un esempio....la mia nonna "zia Pina", ieri avrebbe compiuto 91 anni. Il compleanno della nonna naturale non lo ricordo nemmeno di preciso.
Ma adesso voglio parlare di lei. Aveva una quindicina di anni più di mia madre, e per anni, è salita (abitava al secondo piano, noi al decimo) per stare con noi e per non soffrire tanto di solitudine. Era una zitella, come si diceva :) Aveva dei nipoti più diretti per cui stravedeva e che non la trattavano proprio bene. Praticamente per loro era solo l'eredità che avrebbero avuto e poco altro. Situazione opposta alla mia, visto che l'anaffettività proveniva dall'altro lato del rapporto. Mi spiace solo che negli ultimi mesi della sua vita (morì d'infarto) non venne più a farci compagnia, vista l'incompatibilità di carattere totale con mia sorella (cosa che a quest'ultima, non ho mai perdonato). Si, aveva un caratterino molto forte. Diciamo che, spesso, era quasi intrattabile se li si andava contro. Ma bastava saperla prendere e diventava una donna simpatica, sempre con la battuta pronta e anche affettuosa. Ricordo i piccoli gesti, quelli che mi erano mancati. La torta preparata per il mio compleanno, che i parenti/serpenti criticavano, visto che lo giudicavano un modo per non farmi un regalo, senza sapere che, per me, aveva un valore di gran lunga superiore, visto che lei l'aveva preparata pensando al sottoscritto, seguendo i miei gusti. Ricordo che sapeva che avevo la fissa per un'auto, la Lancia Thema. Ebbene...insieme alla torta (buonissima) mi "regalò" un ritaglio di giornale in cui quell'auto era ritratta e mi disse "ti auguro che possa comprartene due, quando sarai grande" (ecco, ripensandoci mi commuovo).
Ricordo la prima vacanza in assoluto, a Gallipoli, nel 1981, quando ci sembrava una meta così distante e il viaggio così lungo, tanto che lei si portò dietro le sue solite "granite di limone" per vincere il caldo, in un piccolo thermos rosso, con tanto di bicchierino giallo pallido. Ricordo esattamente quel viaggio, con l'auto carica in ogni centimetro, con mio fratello alla guida della nostra vecchia Ritmo azzurra, mia madre al suo fianco e io e lei...sul sedile di dietro...con tanti scatoloni (era la prima vacanza, per cui ci portammo tutto, dalle pentole alle sedie da mare). Ricordo lo "sbarco" a casa...quando non sapevamo dell'esistenza delle porte sul retro...quando scaricammo TUTTI i bagagli (compreso il cestone sul tetto) nella hall del residence, con me messo a guardia del carico...e loro che facevano avanti e dietro. All'epoca...quel luogo era molto elitario, praticamente tutta la Bari bene (avvocati, ingegneri, ecc.) e la sera c'era molto movimento. Per farla breve....sembravamo quasi dei poveri sfrattati :) "alla Totò" con scatoloni di tutte le misure e forme :) Tra gente quasi vestita da sera.
Ricordo l'indomani, quando, con lei, andammo alla ricerca di supermercati, verdurai, ecc. Una scoperta continua. E il primo pranzo, la prima giornata al mare, la prima serata sul terrazzo condominiale in cui ci si riuniva allegramente.
Gli episodi, solo per rimanere a Gallipoli, sarebbero tanti, come, ad esempio, quando cadde con il sedere per terra e tutte le buste della spesa sparse per il parcheggio, per aver inciampato nella grata per lo scolo dell'acqua. E le sue risate che quasi le impedivano di rialzarsi.
Ricordo la sua famosa focaccia ripiena (solitamente di cipolle). Preparata sia a Gallipoli che a casa. Pur detestanto le cipolle, ne mangiai una fetta e mi piacque. Ma solo perchè proveniva dalle sua mani. Lei conosceva la mia passione per il tonno, tanto che mi chiamava "tonnaro" in modo simpatico. Diverse volte, dopo essersi accorta che, comunque, la sua focaccia classica non la mangiavo con molto piacere, ne preparava una, più piccola, solo per me, con il ripieno di SOLO di tonno. Per non parlare della "scarcella" pasquale. Da quando non c'è più lei, non ne ho mangiate di così buone e, soprattutto, nessuno ne ha mai preparata una personalizzata.
Ecco, tutti gesti che dovrebbe fare una vera nonna. Tutti gesti che rimangono dentro. Tutti gesti che, per la gente stupida, sembrano banali ma, in realtà, hanno un enorme significato e valgono più di qualsiasi regalo che, da piccolo, ho ricevuto dalla casa della nonna naturale.
Zia Pina era speciale. Ripeto, spigolosa sicuramente. Ma bastava solo saperla prendere per il verso giusto.
martedì 30 luglio 2013
L'IMPORTANZA DI UN NUOVO AMICO
Credete all'esistenza del "colpo di fulmine platonico"? A me è già capitato due volte. In pratica è quello stato che ci porta a sentirci immediatamente vicini a qualcuno, senza provare attrazione fisica. Una sorta di sintonizzazione sulla medesima lunghezza d'onda, un'affinità elettiva verso qualcuno che, fino a quattro o cinque mesi prima (nel caso che tratterò) era un perfetto estraneo. La prima volta è capitata con la mia migliore amica, Concetta. In venti giorni...ci sentimmo così in sintonia da dirci tutto ma proprio tutto con una naturalezza imbarazzante. Ci eravamo semplicemente "trovati", esattamente come accade in un rapporto d'amore. Guardi la persona che ti è di fronte, capisci subito che c'è quel "qualcosa in più" e tutto procede in una direzione ben precisa. Per la cronaca...Concetta è ancora saldamente nel mio cuore dopo 14 anni. So bene che ci sarà fino all'ultimo giorno della mia vita. Solo la distanza, purtroppo, ci ha separato. Ma il sentimento c'è, rimane, resiste, cresce.
Con Fabrizio è accaduta la stessa cosa. L'ho incontrato sul tanto criticato Facebook in un gruppo "rivale". Ho notato che aveva una marcia in più, gli ho chiesto l'amicizia, invitandolo poi a iscriversi al mio, Bear Inside :) Come capita solitamente, con le persone da cui ricevo qualcosa da quello che leggo (non potendosi guardare negli occhi, sentire un odore o stringersi la mano), ha continuato a incuriosirmi, fino a quando gli ho chiesto palesemente di sentirci per uscire dal virtuale. Inutile precisare che non c'è mai stata una finalità diversa dall'amicizia, perchè il rapporto è nato proprio così, a parte il fatto che lui sia felicemente sposato da un quarto di secolo. E' un bell'uomo, intendiamoci :) Ma non ho pensato, per un solo secondo, a lui con altre mire.
Il pomeriggio che ci sentimmo...fu una vera e propria scoperta. Meglio, la conferma di quello che avevo avvertito. Sono un chiacchierone, per cui parlai quasi esclusivamente io :) Però mi accorsi che si divertì realmente nell'ascoltarmi e che avevo fatto breccia in lui, in qualche modo. Stessa cosa che era accaduta a me. Non so spiegarlo. Mi sentì a mio agio, come se stessi parlando con qualcuno che conoscevo da tempo, nonostante fosse la prima volta. Mi sentivo "a casa". E' una sensazione molto strana. Ricordo che già dalla nostra prima chiacchierata, sono iniziati i discorsi simpatici ma anche "importanti", interrotti solo dal suo cenare ad un orario, per me, in cui si fa uno spuntino, la merenda :)
Quando telefono a qualcuno, raramente sto fermo. Cammino avanti e dietro per la mia stanza. Per abitudine. Anche la prima volta che l'ho sentito, avrò fatto cinquanta volte lo stesso percorso, con le gambe che vanno per conto loro e la mia parlantina che non si ferma mai, in maniera direttamente proporzionale :)
Le seconda telefonata è stata una conferma. Lì ho capito che ci "eravamo trovati" perchè se nella prima ora di chiacchiere della prima volta, si possono anche fare delle cerimonie per non essere scortesi con chi ci parla, fu lo stesso Fabrizio a chiamarmi, segno evidente che il mio fiume di parole non l'aveva demolito del tutto, anzi. Visto che non credo sia masochista, gli sono proprio piaciuto. Vittorio gli è piaciuto, nei pregi (pochi) e nei difetti. Nella schiettezza, nella sincerità. E questo è molto bello per una persona, come me, che non si apprezza abbastanza e che non ha molti programmi per il futuro, che vedo molto limitato. Per farla breve...quella conferma mi riempì il cuore d'orgoglio e mi fece sentire vivo, esistente, apprezzato.
Da allora, ogni volta che ci si sente...le risate non mancano mai, anzi abbondano. Siamo arrivati a dirci tutto, ma proprio tutto. I pensieri più intimi, le fantasie recondite (anche sessuali e molto spinte) che non si raccontano nè ad un partner, nè ad un parente ma semplicemente...all'amico del cuore, verso cui si riesce a sentirsi nudi, senza tabù, senza maschere, senza dover coprire qualcosa perchè c'è la sensazione concreta che "non ti giudicherà" e ogni pensiero segreto rivelato, lega ulteriormente. Il sentimento cresce di pari passo con la fiducia.
Non sono il tipo che adopera termini inappropriati, che si lascia andare a dichiarazioni di amicizia, se non basate su qualcosa di realmente solido. Per me le parole hanno un senso, sono pesanti e vanno usate quando arriva il loro tempo. Per cui questa volta (come accadde con Concetta) mi sono sentito spiazzato. Posso tranquillamente annoverare Fabrizio tra la mia ristrettissima cerchia di quelli che considero Amici, con la A maiuscola. Sembrerà strano, perchè, come detto, a Natale scorso...non sapevamo chi fossimo :) Ma è accaduto e sono orgoglioso di poterlo affermare. Gli voglio bene, quando accade qualcosa, l'instinto è di chiamarlo, cosa che faccio solitamente con il mio amico d'infanzia, Ruggiero...che conosco da...42 anni, cioè da quando sono nato; amico che conosce tutto di me, tutta la mia vita, tutta la mia storia, i miei sentimenti, i fallimenti, i successi (pochi). In quattro mesi...Fabrizio è riuscito ad entrare nel mio cuore e sedersi su uno dei troni più nobili, che è quello dell'Amicizia Vera.
E' diventato un punto di riferimento. Sono sicuro che il nostro incontro tridimensionale...sarà ilare :) Ci metteremo a ridere, come facciamo sempre e ci abbracceremo, forse con gli occhietti lucidi. Proprio come fanno due vecchi amici che non si vedono da tanto, da anni...con la sola differenza che le nostre vite si sono intersecate solo cinque mesi fa. Com'è strana la vita.
domenica 28 luglio 2013
LA GRANITA DELLA DOMENICA...
A pranzo, dovendo adoperare un pò di ghiaccio per refrigerare l'acqua...ho detto a mia madre: "Ricordi quando preparavamo la granita, tritando il ghiaccio con quell'affare a manovella, rosso e bianco? E' bastata quella frase per spalancare la mia solita finestra sul giardino molto intimo dei ricordi, che fanno parte di me, mattoncino su mattoncino. E' tornato alla mia mente tutto il procedimento, tipicamente estivo, della preparazione della granita di caffè a cui veniva aggiunta, a volte, la panna. Era una gran festa, perchè rappresentava un gesto che certamente non poteva essere ripetuto d'inverno (che, per noi bimbi, rappresentava la scuola, quindi la "non libertà"). Ricordo anche il rumore che quel semplice aggeggio, quasi cilindrico, con un rigonfiamento sulla pancia, sotto rosso, sopra bianco, con il tappo rosso. Quante deliziose granite ha prodotto e quanta gioia. Quanta vita.
Suonava il citofono. Ecco, erano arrivate. Il garzone le portava su e mia madre le distribuiva a noi figli, sul tavolo della sala da pranzo. Erano presentate in coppe dalla forma irregolare. Molto abbondanti. Me la gustavo, cucchiaino dopo cucchiaino. Un sapore unico. Irripetibile.
sabato 20 luglio 2013
IL PRIMO AMORE (PLATONICO?)
Mi è tornato alla mente un periodo e un "amico" che ha fatto parte della mia vita per troppo poco tempo. Parlo degli anni che vanno dal 1980 al 1982. Periodo in cui avevo 10 anni o poco più.
Al piano di sotto, nell'appartamento che era nostro fino a 5 anni fa, venne ad abitare una bella famiglia, distinta, discreta, di un certo livello culturale e morale. La classica famiglia del mulino bianco, nel vero senso della parola. Il padre era direttore di banca, la madre insegnante. Dei tre figli solo due (maschi) erano con loro. Non ricordo per quale motivo la femmina era rimasta ad abitare con i nonni. Dicevo dei figli. Il piccolo, Alessandro, era cordialmente da me detestato, tanto che provava un sadico piacere ogni volta che potevo dargli qualche pizzicotto bonario (era proprio insopportabilmente discolo). Il grande….si chiamava Daniele. Era un anno più grande di me e tra noi nacque quasi subito una bella amicizia, molto intensa, ma pur sempre un rapporto tra due ragazzini. Ecco quello fu il primo rapporto vero e proprio, costruito da me (e non imposto dalle circostanze, tipo la scuola), con un altro maschietto.Un rapporto in cui dovevo confrontarmi, con cui potevo confrontarmi.
Ricordo l'assenza di malizia, anche quando lui, se eravamo soli in casa, mi invitava a seguirlo in bagno, per continuare a parlare delle nostre serie preferite, qualsiasi cosa dovesse fare. Ricordo il suo "ingenuo" togliersi l'accappatoio davanti a me, che lo faceva rimanere nudo al mio cospetto. Ero sempre più attratto ma non era ancora nulla che aveva a che fare con il sesso, o forse si? Non l'ho mai sfiorato da nudo, mentre quando era vestito, ovviamente, l'ho toccato un pò ovunque. Peccato :) Lo dico a posteriori :)
Starei a parlare di lui ancora per ore e ore, magari annoiando chi legge questo pezzo, preso dalla mia memoria, da catalogare sicuramente come "primo amore, purtroppo, platonico". Purtroppo come tutte le belle cose (e ho una particolare attenzione ad incontrare persone importanti che per un motivo o per un altro mi “abbandonano” dopo poco) anche quel rapporto si dovette interrompere poiché il padre di lui fu trasferito altrove, più precisamente a Taranto. Io e Daniele fummo costretti a separarci proprio nel momento più intenso del nostro rapporto. Io credo che se avessimo avuto la possibilità di rimanere vicini la nostra amicizia che sarebbe durata per la vita. Avremmo scoperto insieme tutti i piaceri dell’adolescenza e della vita in generale. Pazienza. Comunque ho compreso che molti miei gusti in fatto di uomini e non solo (profumo, occhiali, crepuscolo, atmosfere, e odori vari)...probabilmente mi si sono stampate dentro proprio grazie a Daniele, che è stato una figura molto importante nella mia vita da quasi adolescente.
venerdì 19 luglio 2013
LA PARTENZA PER LE VACANZE...
Oggi ho deciso di raccontare le mie partenze per le vacanze a Gallipoli. Sono diversi anni che non ci vado più, comunque quello che intendo "passarvi" è la preparazione alla partenza e il viaggio stesso di quando ero più piccolo, per cui con una prospettiva mentale direi....diversa.
Si partiva di mattina presto o di sera. Due modi differenti. Due iter da percorrere nella preparazione. Due giornate vissute in modo diverso, anche se il concetto di fondo era lo stesso.
Avevo poco più di 10 anni. Si iniziava a progettare la partenza, stabilendo il giorno, ovviamente. Io e mio cugino eravamo eccitatissimi all'idea e, man mano che si avvicinava, eravamo quasi incontenibili.
Alla vigilia si decidevano le ultime cose e l'ora in cui partire. Spesso partivamo la mattina presto, anche se poi...tra il dire e il fare...si arrivava sempre a imboccare la strada verso il Salento come minimo alle 9.
Bene...ovviamente risultava difficile riuscire ad addormentarsi, anche per il timore di non alzarsi in tempo, anche se poi...ovviamente c'era sempre qualcuno che mi avrebbe comunque svegliato. E' che volevo gustarmi ogni singolo secondo, ogni raggio di sole appena salito in cielo, ogni profumo proveniente da fuori, molto differente da quelli della giornata classica.
Ci si alzava poco prima dell'alba, sarà per questo che mi è così rimasta impressa positivamente quella zona temporale della giornata, quando il sole non si è ancora alzato ma il cielo non è più nero come la notte profonda. Pieno zeppo di adrenalina, facevo colazione divorando tutto, dalle fette biscottate imburrate, ai biscotti, immergendo il tutto in un tiepido latte e caffè preparato da mia madre, dal profumo intenso che riempiva i polmoni e la mente. Chi doveva sbrigare le ultima faccende erano i miei genitori e mio fratello grande. La mia valigia la riempiva mamma, per cui dovevo fare ben poco, se non includervi qualche videogioco, di quelli tascabili, tanto in voga in quel periodo. Uno dei momenti più intensi, sotto tutti i punti di vista, era l'uscire sul terrazzo per innaffiare le piante. Vivevo e vivo (ancora per poco) in un appartamento da cui si ha una vista davvero invidiabile. Mare a est. Mare a ovest. Per cui alba e tramonto, d'estate, sono sempre stati uno spettacolo. Ebbene...in quella circostanza rimanevo incantato nel guardare spuntare il sole dalla parte del molo del porto (appunto, est), proprio dove spunta la cattedrale della mia città. L'aria fresca e pulita del mattino invadeva la mente. Il profumo dei fuori e della terra che bagnavo...mi facevano provare una sensazione molto intensa, particolare, magnifica, quasi di difficile narrazione. Quasi un orgasmo mentale che, termine che, all'epoca, non sapevo nemmeno che esistesse. Ho sempre fatto attenzione alle ombre, al diverso modo di guardare ciò che vedevo tutti i giorni, quasi senza farci caso. Ebbene con quella luce molto particolare, si proiettavano delle "forme" molto insolite sugli edifici circostanti. Delle ombre che mettevano in evidenza certi particolari e certi colori della "visuale" circostante che, durante il giorno, mi erano ignote. Dopo aver terminato il compito che mi era stato assegnato, tornavo in casa per rendermi conto dello "stato delle cose". Ci voleva ancora tempo e allora tornavo fuori, ad assaporare quella magnifica opera d'arte che era il sole appena sorto. L'aria fresca mi donava un senso di profondo benessere che avrei voluto bloccare, fermare, rinchiudere in qualche barattolo mentale, per poter riprovare quella sensazione a mio piacimento. Purtroppo il tutto gira e tutto cambia.
Gallipoli si avvicinava sempre di più. Prima Bari....poi Brindisi....e quando si arrivava a Lecce, praticamente eravamo arrivati, certe volte ci si fermava ad un bar che conoscevamo molto bene, per mangiare qualcosa, solitamente un panino o un cappuccino con cornetto, che avevano un gusto inimitabile, anche se, magari non erano proprio freschi. Potenza della felicità che tutto ci fa vedere e vivere con un gusto differente. Peccato duri poco però :)
Dopo la pausa...ci si rimetteva in auto...e si usciva dalla barocca Lecce, che conoscevamo come le nostre tasche. Incantati dalla sua bellezza. Era l'ultima parte del viaggio. Mancavano solo poco più di 30 km alla mèta. Subito fuori dal capoluogo salentino...si arrivava a Lequile, un piccolo centro che i primi anni eravamo costretti ad attraversare ma che, in seguito, veniva evitato grazie alla costruzione della statale che unisce ancora oggi, direttamente Lecce a Gallipoli. Ancora tredici chilometri e giungeva a Galatone con l'accento sulla seconda "A". Beh....eravamo proprio arrivati. Solo sei chilometri e appariva davanti ai nostri occhi, il luogo delle nostre vacanze. La strada faceva un curvone verso sinistra e....sulla destra appariva, in basso, il mare con l'edificio dei nostri sogni invernali. Ancora pochi minuti e saremmo atterrati nel luogo "franco" di cui ho fatto cenno prima. Ecco il viale a gomito che portava diritto all'ingresso. Profumo molto intenso di pineta che invadeva in nostri respiri. Il cancello (di giorno aperto, con una sola sbarra che si alzava all'esibizione del contrassegno che certificava la nostra appartenenza). La festa aveva inizio. Prima una palma molto alta, di fronte una fitta pineta. La strada (privata) era strettina il giusto ma la si poteva percorrere ad occhi chiusi. Curva a destra poi leggermente a sinistra. Si vedeva il cancello che portava al mare e il nostro posto privato, il numero 14. Finalmente il motore si spegneva. Io, mio cugino e il mio amico, schizzavamo fuori, con le chiavi di casa che ci passavamo di mano in mano, mentre il resto della famiglia...iniziava a scaricare l'auto. Eccoci a casa. Che abbia inizio la vacanza.
giovedì 18 luglio 2013
E ALLA FINE...ARRIVO'...
Ebbene, questa mattina sono riuscito nell'intento di fare coming out con una zia, cosa che avevo progettato da tempo. Non che avessi paura o qualcosa di simile. Da quando ho parlato con la persona più importante della mia vita, mia madre, è tutto in discesa, nel senso che posso dirlo a chiunque, non ho alcun timore ma solo tanto orgoglio. Era una situazione da "io so che tu sai che io so"...insomma....sapevo bene che lei e il suo parentado...era al corrente. Intendiamoci, non che fosse fondamentale. E' solo che hanno una percezione molto sbagliata di me. Non solo mi sottovalutano, cosa che poi non è tanto negativa (visto che si può agire nell'ombra quando serve), ma credono anche che non sia abbastanza intelligente, maturo, ecc. Probabile che pensino pure che l'argomento "omosessualità" sia una sorta di tabù in casa mia. Niente di più sbagliato. Volevo già parlarne due, tre anni fa a Natale, quando si sprecano le visite e le serate ipocrite, tra una partita a tombola, con tanto di scorze di mandarino sparse per il tavolo e una fetta di pandoro o panettone, con le luci sull'albero che non si stancano di lampeggiare, a volte istericamente. Diciamo che non è capitata l'occasione, cioè l'argomento adatto da portarmi alla strada introspettiva fino allo svincolo del coming out. I miei pensieri erano troppo "avanti" rispetto ai temi trattati e non ci sono mai riuscito. Me l'ero posto come obiettivo "divertente", che avrebbe movimentato le solite serate di giochi e banalità, visto che non ho necessità di sbandierare ai quattro venti che sono orientato sentimentalmente e sessualmente verso le persone del mio sesso.
Ecco che, invece, quando meno me l'aspettavo, è arrivato un discorso bis di mia zia (nel senso che l'avevamo trattato due giorni fa) sul fidanzamento del figlio (che non vedo da un anno e mezzo pur vivendo nella stessa città) con cui sono cresciuto. Io e mia madre avevamo sollevato dubbi sulla partecipazione all'evento, com'era giusto che fosse. In primo luogo per la presenza della persona che ci ha rovinato la vita, l'altra sorella, amante del mio defunto papà. E poi perchè se un nipote/cugino non si fa vivo per mesi, vuol dire che non è poi così affezionato. Almeno non lo è più. Per farla breve, ho esposto la mai tesi...portando il tutto esattamente dove volevo arrivare, con un percorso da maestro. Ho spostato l'attenzione su di me in pochi secondi, affermando tutto quello che credo pensino e ho detto che, ad esempio, la mia omosessualità, non è un tabù. Nel fare questo e leggendo il linguaggio del mio corpo, cosa che ho imparato dopo....nove anni di analisi, ho notato che il mio mento era rivolto verso l'alto, che il mio petto era gonfio (per l'orgoglio) e che il mio sguardo era fisso (non l'ho abbassato per un secondo) negli occhi di mia zia. Che mi ha confermato che lo sapeva già...che l'aveva sempre pensato (beh...non ho mai fatto pensare, con il mio comportamento, il contrario, per cui...sai che sforzo) e che non c'era nulla di strano (adesso non so cosa avrà detto dopo o come mi appellerà quando è con altre persone che non si rivolgono a me con gentilezza, diciamo così). Ho raggiunto così un duplice scopo. In primis ho voluto affermare che sono orgoglioso del percorso fatto e di chi sono, che sono un uomo, ecc. e poi...credo di aver fatto un grande favore a mia madre, visto che non è da tutti il modo con cui si è comportata quando ha saputo della mia...vita omoaffettiva. Cari lettori, non potete immaginare che scossa di adrenalina positiva ho ricevuto. Sono proprio contento di quel che ho fatto, del modo in cui tutto è avvenuto. Adesso ho un motivo per andare a quel matrimonio...perchè sicuramente ci andrò accompagnato...da un uomo, ovviamente. E già immagino lo sgomento e le risatine che dovrò affrontare. Ma sempre con il petto gonfio d'orgoglio perchè io ho avuto il coraggio di essere me stesso, senza maschere. Quelli che mi denigrano forse sono solo invidiosi del mio essere trasparente.
lunedì 15 luglio 2013
TUTTO DA SOLO...

Riflettendo un pò...mi sono reso conto che, nella vita, ho imparato da solo a cimentarmi in alcune pratiche che un comune ragazzo deve sperimentare. Dovrei esserne orgoglioso ma, forse, mi è mancata comunque la guida di un esperto. Intendiamoci, le nozioni base (e non solo) mi sono state inculcate da una madre molto attenta ma non soffocante, nel trasformare suo figlio in un gentleman. Perdonate il momento auto celebrativo ma...credo di esserlo e posso anche dirlo con il petto gonfio. E poi tutto il merito va a lei.
Per tornare al tema dell'articolo, mi è mancata una figura maschile che mi desse un esempio, che mi aiutasse a diventare grande, che mi raccontasse dei segreti che che fanno di un ragazzo, appunto, un uomo.
E di figure ce ne sono state, solo che, per un motivo o per un altro, sono state molto carenti tanto che elessi a "uomo guida" della mia adolescenza, uno splendido ragazzo di cui m'innamorai al Liceo e con cui riuscì ad avere una storia, seppur contrastata. Lui era tutto quello che volevo essere io: brillante, spavaldo, sempre pronto a tutto. Il mio opposto. Ecco, forse, perchè ne ero così attratto prima che subentrasse un profondo sentimento: l'AMORE.
Per rimanere in tema...nessuno mi ha mai parlato di sesso (lo so, erano altri tempi) o simili. Nè mio padre, nè mio fratello nè, ovviamente, mia madre (anche perchè sarei stato molto imbarazzato a parlarne con lei). Solo l'amico d'infanzia, che spesso menziono, mi ha aiutato poi a venir fuori (quando ho avuto la certezza consapevole della mia omosessualità), mi ha dato qualche dritta anche se, oramai, da autodidatta, avevo imparato tutto sa solo, come si fa quando si va in bici per la prima volta.
Non posso dire che mi sono erudito sull'argomento...guardando...perchè non c'era chi osservare. Però non mi sono fatto trovare impreparato quando è arrivato, seppur tardi sulla tabella di marcia, il momento di diventare uomo anche ormonalmente parlando. In questo caso dovrei parlare di tutta la mia trafila di crescita e di consapevolezza...ma potrebbe essere lo spunto per un prossimo articolo.
Stessa cosa per l'auto. Ho sempre avuto il desiderio di guidarla, da quando ero piccolo piccolo (credo sia un classico). Solo che io lo facevo sul serio. C'era un amico di mio fratello (più grande di me di dieci anni) che era più disponibile e paziente (e anche incosciente) nel fornirmi le prime informazioni su come si poteva muovere il mezzo a quattro ruote da me tanto desiderato. Ci appartavamo in qualche zona nuova della città, con stradoni privi di traffico e pedoni, mi faceva sedere al volante e mi spiegava come "muoverla" che non è esattamente guidare. Ricordo l'emozione (avevo dodici anni) quando le ruote fecero il primo giro al comando tremolante dato dal sottoscritto. La cosa fu ripetuta per una manciata di volte, sempre i soliti 4-5 metri e niente di più (beh....non è che potessi pretendere altro). Sembrerà strano ma ho imparato molto di più osservando i movimenti del guidatore di turno che le nozioni teoriche. Quando si andava in giro, guardavo come si partiva, la tempistica del cambio di marcia, come ci si comportava durante una frenata o nello scalare le marce. Si, sono un attento osservatore :)
Il tutto messo in pratica, da solo, durante le vacanze estive. Dapprima (avevo solo un anno in più) ripetevo, nel parcheggio del residence ove abbiamo ancora una casetta, ciò che mi era stato insegnato. Poi...iniziai a spingermi sempre di più, spostandomi per qualche decina di metri, da solo :) Visto che mi notò l'amministratore del condominio, dovendo preservare, ovviamente, le auto parcheggiate...Mi vietò di continuare a fare auto-autoscuola. Fu la svolta. Dissi a mia madre (che sapeva che già me la cavavo abbastanza bene) che volevo provare ad andare oltre e, seppur non essendo molto convinta (eufemismo) la prima volta, mi accontentò. Presi ugualmente l'auto solo che uscimmo dal Residence, dirigendoci nel piccolo quartiere circostante che, nell'orario di pranzo, dopo essere stati al mare, con ancora addosso l'odore della sabbia e del sale
. Per farla breve, giorno dopo giorno...presi sempre più confidenza senza mai correre pericoli. Questa scena si ripetè diverse volte...sempre d'estate, sempre a Gallipoli, sino al 16' anno di età. Avevo acquisito una tale sicurezza che prendevo l'auto da solo (anzi con mio cugino come passeggero) che andavo a fare la spesa la mattina...(sempre nello stesso piccolo rione) guidando l'auto come un adulto. A casa erano tranquilli perchè tutti erano venuti in auto con me e sapevano che mi mancava davvero solo la patente.
Con un balzo torno all'intimità anche perchè sennò il racconto diventa noioso. Beh...anche riguardo al primo bacio...ho dovuto improvvisare. E' avvenuto abbastanza in ritardo ma quando mi sono messo alla prova, anche in quella circostanza, mi è stata rivolta sempre la stessa frase: "sicuro che sia la prima volta?" Un bel complimento....in tutto. Qualsiasi cosa abbia fatto (e non scendo nei particolari). Vuol dire che la mia quasi maniacale metodologia dell'osservazione "sul campo" a parte qualche rara eccezione (bacio), ha sempre funzionato. Concludo dicendo che mi sarebbe piaciuto avere dei maestri, diciamo così, per gli step da me passati. Però questo mi ha consentito di "tentare" sempre e comunque, senza dover aspettare lezioni da alcuno. Che poi abbia sbagliato o meno...poco importa.
I rapporti interpersonali con gli altri, credo meritino un capitolo a parte. Ne riparlerò.
domenica 14 luglio 2013
ISTINTO E RAZIONALITA'

Fidarsi dell'istinto o seguire senza tentennamenti la strada che la razionalità ha disegnato per noi?
Beh...parlando ovviamente del sottoscritto, credo si evinca che sono molto, forse troppo, razionale. Da un certo punto di vista è un bene perchè mi permette di fare meno errori possibili, di comprendere quelli fatti, di correggere il tiro, ecc. Dall'altro però (questo è un rimprovero...che mi è stato mosso dagli amici veri) toglie quella spontaneità che certe situazioni richiederebbero. Ora non voglio affermare che sono freddo e schematico, anzi. Ultimamente mi sto riscoprendo molto umano e sensibile, "opzioni" del mio carattere che ci sono sempre state ma che cercavo di tenere chiuse in un cassetto per non passare troppo per sentimentalone o per debole. Ho passato i 40 anni (ehm....ne ho 42 al momento, per l'esattezza) e tutto cambia. Cambia la visione degli altri, cambia la percezione del tempo, cambia l'approccio con chi abbiamo al fianco. Cambiano anche certi dogmi che si davano per acquisiti e scontati. E' proprio vero che è l'età di svolta. Cosa c'entra con il tema con cui ho ripreso a scrivere su questo blog, dopo tanti mesi? Beh....c'entra. Eccome.
Perchè con i capelli che diventano bianchi, con qualche ciuffetto della barba che contrasta con lo scuro del resto del paleme del viso, anche l'istinto inizia ad essere più raffinato e gli si può dare un briciolo di spazio in più, sempre tenendolo sotto controllo con l'occhio razionale.
Quello che scriverò adesso, potrà sembrare leggermente auto celebrativo. Giammai vorrei che lo fosse, visto che non sono falsamente modesto. Una cara amica, mi ha detto, senza mezzi termini, che ho una "marcia in più", che dovrei "sfruttarmi meglio" perchè arrivo a capire certe situazioni e a trovare il modo per risolverle, prima di molti altri. Complimento che mi ha inorgoglito anche perchè arrivato da una persona che stimo molto. Non isolato perchè mi era stato fatto notare, da altre persone realmente vicine (quelle poche che ho) anche in passato. Sto finendo per crederci...anche perchè quando intervengo in qualsiasi questione, mettendoci lo zampino, il tutto si risolve in breve tempo o la mossa che suggerisco si rivela poi....azzeccata.
Essendo un tipo solitario, non avendo (volutamente) molto contatto con la gente nella realtà, ovviamente faccio più fatica perchè manca la pratica giornaliera. Però mi basta uno sguardo, la classica "sensazione a pelle" per comprendere come evolverà una situazione.
Diciamo che ho paura di fidarmi di me stesso, per cui mi aggrappo sempre alla razionalità che non sgarra mai.
Anni fa, quando dovevo descrivermi, in cerca del partner (non trovato, ahimè :) ) dicevo sempre: "sono un tipo razionale con dei picchi di irrazionalità". Ecco, adesso dovrei affermare che inizio a sentire l'odore della fregatura, anche quando tutto sembra andare nella giusta e razionale via ben pianificata.
Mi è accaduto proprio ultimamente con una parente che non frequentavo da anni. Mi sono aperto volutamente a lei, all'apparenza dandole fiducia cieca, in realtà tendendo sempre un occhio ben aperto a controllare tutto. Sentivo che, ad esempio, la mia omosessualità le dava fastidio, ma la ragione mi diceva che "ero troppo sospettoso". A distanza di 3 anni (ma questo è solo un piccolo e stupido esempio) ho scoperto come questa tipa mi chiama con altra gente in modo assai discutibile (non lo ripeto...ma si è capito). Ecco. Anche sul lavoro, o quello che doveva essere il lavoro del futuro, avevo avvertito una sensazione strana, un cattivo odore dovuto alla sfiducia che avevo nei confronti di un tipo che poi si è rivelato un perfetto idiota e ha cercato di farmi le scarpe. Stessa cosa per una presunta persona perbene...che poi ha rubato un bel pò di danaro dalla vendita della casa dove sono nato. Ecco. Se tre indizi formano una prova, vuol dire che sono diventato, senza accorgermene molto più istintivo con delle punte di razionalità. L'esatto contrario di quello che affermavo fino a dieci anni fa.
Un'ultima citazione la merita un'intuizione meravigliosa che ho avuto nel fidarmi di una persona che, in fondo, avevo appena incontrato, tramite facebook e quindi non personalmente. Non so....qualcosa mi ha portato a trattarlo come un vecchio amico, come qualcuno che mi conosce da sempre a cui ho avuto la sensazione di potermi aprire a 360 gradi, ma sul serio. Rivelando anche segreti molto intimi che nemmeno il mio psicanalista sapeva :) La sensazione è stata reciprova, visto che anche dall'altra parte si è avuta questa percezione molto positiva e rara. Tra noi non ci sono doppi fini, visto che lui è sposato da molti anni. Non ci sono stati da principio e proprio per questo il tutto è ancora più bello, puro e intenso come il profumo dei miei fuori preferiti, le fresie o di ottimi biscotti al burro ricoperti di cioccolato :)
Il discorso fatto potrebbe sembrare banale. Un percorso normale di maturazione mentale di un uomo. Beh....per chi, come me, è stato sempre iper razionale, per chi, prima di fare un passo, aveva bisogno (sempre come mi ripeteva il mio "scrivano") di sistemare i materassi attorno per paura di cadere e quindi non farmi male.....è tanta roba :)
Bene...come primo articolo dopo più di un anno...credo possa bastare.
mercoledì 11 maggio 2011
GENESI DI UN GRANDE AMORE.

Per farvi capire cos'è per me la Juventus, vi racconto brevemente come mi sono innamorato di lei. Premetto che nei primi anni della mia vita, non ho seguito particolarmente il calcio, anzi non mi piaceva molto. Poi, grazie anche alla squadra della mia città (il Barletta), ad una storica e coinvolgente promozione in serie B (avevo 16 anni), mi sono avvicinato (con un primo colpo di fulmine) a questo sport, diventando quasi un fanatico. All'epoca non tifavo per una squadra precisa in serie A, proprio perchè avevo seguito poco i campionati. Lo stesso anno (parlo del 1987), leggendo (lo ricordo bene) il Corriere dello Sport in spiaggia, sotto l'ombrellone...fui colpito da un articolo in particolare (prima me lo leggevo praticamente tutto...dalla prima pagina all'ultima, senza preferenze particolari). Si parlava di Cabrini, che era andato via da poco o stava per lasciare la Juve per il Bologna (ora non ricordo bene). Fui letteralmente folgorato dall'aria juventina (sembrerà ridicolo) che iniziai a respirare con ingordigia. Un vero e proprio colpo di fulmine ma di quelli che ti lasciano senza fiato. In quel momento ho iniziato a sentirmi juventino, ho iniziato ad appartenere alla grande famiglia bianconera. Il mio sangue ha cambiato colore. Da allora ho iniziato a divorare tutto ciò che fosse bianconero. Non perdevo una pubblicazione, una partita in tv e alla radio (all'epoca non c'era la possibilità di vederla sempre in tv). Essendo molto lontano da lei, non potevo far altro che seguirla, con una smisurata passione, da lontano. E proprio in un periodo di crisi, l'inizio della crisi più lunga senza vittorie (per cui non si può dire che sia stato folgorato dalla squadra vincente del periodo).
Perchè vi ho racontato questo episodio della mia vita? Semplicemente per farvi comprendere cosa intendo io per Juventus e juventinità. Un sentimento che ti gratifica, che ti fa sentire "particolare", appertenente alla storia del calcio. Una maglia nobile, di classe, meravigliosamente elegante, pesante, importante.
Per me la juventus è filosofia, un modo di approcciarsi con il calcio che non ha eguali. Insita, nel dna juventino, è l'attitudine alla vittoria, esattamente come pensava l'Avvocato, per cui un secondo posto era una sconfitta. Ma questo non perchè si deve sempre vincere, semplicemente perchè la Juventus è sinonimo di trionfo e non vederla in alto, a lottare per il titolo, è contronatura. Non si smette di amare una squadra quando non vince. Io amerei la Juve anche se giocasse tra i dilettanti. Però c'è lo spirito bianconero che DEVE essere rispettato. C'è la storia che lo impone.
mercoledì 1 settembre 2010
UN POMERIGGIO DELLA MIA INFANZIA...











