sabato 10 agosto 2013

IL RITO DELLA DOMENICA MATTINA.



Il periodo di narrazione si riferisce sempre allo stesso lasso di tempo, più o meno. Avevo 11/13 anni.
Voglio narrare la "domenica mattina" perchè è rimasta indelebile in me per certi riti che si ripetevano piacevolmente.
Mi alzavo, più o meno, alle 9. Trovavo subito la colazione pronta. Un pò diversa da quella degli altri giorni perchè ... c'era la focaccia preparata dalla signora del bar. E su questa meraviglia culinaria andrebbe speso molto più tempo. La tavola imbandita, con tanto di tazzone colorato pieno di latte e caffè, aveva al centro, in una carta bianca (diversa dal solito, da quelle color biscotto dei panifici) la buonissima focaccia (in seguito ho coperto che il segreto che la rendeva così soffice e diversa dalle altre...era la farina di latte..che ho poi introdotto nella ricetta di quella preparata dal sottoscritto). Era tagliata a listarelle, mediamente fine. Sembrerà strano ma inzupparla nel latte, la rendeva ancora più buona di quanto non fosse "asciutta" :) Una prelibatezza unica, un sapore non riproducibile. Ne divoravo almeno un terzo, se non di più, mentre guardavo i cartoni di Bim Bum Bam: Hello Spank e simili :) Un connubio assolutamente particolare, quasi inscindibile.
Dopo aver terminato, arrivava il momento del "lavaggio personale", per prepararmi all'uscita con mio padre che veniva a citofonarmi sempre al solito orario, le 11.30 circa. Quindi scendevo e gli andavo incontro, visto che era al bar (della focaccia), suo punto di ritrovo con gli amici. Se ero fortunato, gli sfottò calcistici domenicali (all'epoca non seguivo quello sport di cui mi sono follemente innamorato pochi anni dopo) duravano solo una decina di minuti e poi si andava verso l'auto per il classico giro. Una volta arrivati alla macchina, già guardavo, sul sedile posteriore, il "Tv sorrisi e canzoni", che conteneva trame e anticipazioni dei programmi e serial dell'epoca (Dallas, Dynasty). Si entrava, mi sporgevo verso dietro e prendevo finalmente l'agognato giornale per scoprire i segreti dei Carringhton e degli Ewing. Iniziava il tour, mentre leggevo il tutto, riferendo poi a papà che era solito stroppiare i nomi dei personaggi dei due serial (perchè sapeva che dava fastidio in casa ma, in fondo, a me divertiva). Dopo una passeggiata al mare, prima tappa, il fruttivendolo per acquistare le castagne (a seconda del periodo stagionale) o la frutta secca. Quattro chiacchiere futili con i proprietari del negozio e ci s'incamminava nuovamente verso l'auto, per immetterci nuovamente nel traffico e giungere alla seconda, fondamentale fermata: la pasticceria. Una volta trovato un posto di fortuna, si giungeva nel negozio che più mi affascinava, pur non essendo mai stato un amante del "dolciume vario". Già da fuori nelle narici s'insinuava il classico odore dolciastro ma non stucchevole da cui, ammetto, comunque ero attratto. A periodi...mio padre comprava una torta...più spesso le classiche paste. Un cabaret molto variegato con gioielli dolci di tutte le misure e colori. Alcuni li sceglievo io e, con lo sguardo, già li pregustavo. Era sempre bello veder impacchettare il tutto, non so perchè. Dopo aver pagato, si usciva, per dirigerci in direzione casa (d'estate le paste venivano sostituite da una bella cassetta di gelato assortito:cioccolato, stracciatella, caffè). Dopo un'altra buona mezz'ora nel traffico, si giungeva finalmente a casa. Io correvo subito in cucina da mia madre, per raccontare le novità lette sul famoso giornale. La tavola era già pronta. L'odore del ragù di carne o dei maccheroni al forno...impregnava ogni angolo della casa. Non restava che togliere il cappotto, lavare le mani e sedermi a tavola, affamato e impaziente. Molto semplice. Questa era la domenica mattina della mia infanzia/prima adolescenza.

lunedì 5 agosto 2013

IL POTERE DELLA VERITA'


Il tema proposto oggi avrebbe bisogno di una narrazione molto ampia e si ricollega, in parte, a quanto scritto a proposito del mio percorso psicanalitico. Posso affermare che non sono stato un bimbo (partendo dall'infanzia) di quelli dalla bugia facile. Anzi. Nella mia ingenuità...parlavo di tutto...anche con disinvoltura di alcuni particolari visti durante le passeggiate con mio padre e la sua puttana/amante (scusate la crudezza ma le persone vanno chiamate con il loro nome), che non era altro che la sorella di mia madre (che bella parentela, vero?), tra l'altro sostenuta da tutta la sua famiglia, allora, e preferita ancora adesso che la storia è terminata, causa decesso di mio padre. Ma per questo argomento, per il becero comportamento di tutti i parenti ignavi a convenienza, dedicherò un capitolo a parte, visto che la storia fa parte del passato (la storia, non il loro modo di porsi ambiguamente con la persona che mi ha rovinato la vita).
Dicevo della verità. A parte l'indole che mi ha sempre portato ad essere sincero, mi sono sempre posto, come paradigma di vita, il non prendere in giro chi non lo fa con me (perchè gli altri vanno trattati allo stesso modo in cui si pongono nei nostri confronti).
Ai tempi delle elementari non dicevo il perchè rifiutavo la scuola, semplicemente perchè non lo sapevo sul serio. L'ho scoperto dopo anni, con l'analisi. E ne ho parlato, in un vecchio articolo, anche in questo blog.
Mi sono posto l'obiettivo di essere trasparente per mia madre (e di conseguenza per tutti) visto che anche le persone a lei più vicine, ipocritamente, le hanno sempre mentito oppure omesso certe verità.
Diciamo che il compito non è stato facile perchè, da adolescente, ho avuto la certezza di essere gay e non ho potuto/voluto parlarne subito a causa di un percorso ancora da percorrere (l'analisi è servita anche a questo).
Ecco...sono stati anni dilanianti per me, non tanto per la condizione di omosessuale, digerita quasi subito, in quanto semplice sfaccettatura del mio modo di essere. Ma per il fatto di non poterne parlare con mia madre, la donna che ha sempre meritato la trasparenza che in pochissimi le hanno donato. Più mi sentivo libero e padrone di me stesso, più iniziavo a cercare di conoscere qualche ragazzo per una storia costruita sull'affetto, più mi sentivo in colpa per non poter condividere questa parte della mia vita con la persona più importante della mia vita stessa. Ci ho messo dieci anni, e tante lettere, scritte, riscritte, corrette, prima di arrivare alla stesura definitiva (nel 2004) delle missiva che mia madre poi ha letto. Lo scrivano mi diceva: "si può dire tutto a tutti, bisogna solo usare le parole giuste e trovare il tempo più adatto. Senza paura. E anche che, quando, rileggendo la famosa lettera, non troverai più alcuna correzione da apportare, sarà arrivato il momento giusto per compiere quel passo". Il tutto si svolse proprio così. Mi resi conto che, una lettera scritta mesi prima, non aveva alcun punto da correggere e capì che era arrivato il momento di parlare.
Un sabato pomeriggio di Novembre, dopo pranzo, dissi a mia madre che avevo qualcosa da farle leggere. Solo che...poi le parlai direttamente. La sua reazione mi sorprese (non che dubitassi della sua intelligenza, fosse capitato a qualche sua parente...sarebbe scoppiata la guerra mondiale). Le parlai fluidamente di tutto il mio percorso. Mi sentì assolutamente sollevato e libero. Libero di non dover più fingere, omettere o nascondermi. Libero di poter parlare di me a chiunque, senza paura, visto che la persona "da proteggere" da eventuali pettegolezzi sgradevoli, era stata messa al corrente. La lettera....poi....decise comunque di leggerla, tanto per curiosità e ne rimase colpita per il modo delicato in cui avevo trattato un tema comunque impegnativo.
Ho detto tutto questo, ho parlato della confessione più importante della mia vita, per far comprendere a chi legge questo scritto che, da quel momento, sono stato la trasparenza in persona e ho iniziato a detestare, nel vero senso della parola, tutte le persone ambigue che mi circondavano (e che mi circondano). Non ammetto che mi si prenda in giro. Pretendo la massima sincerità, la stessa che riservo alle persone che tratto. Quando mi rendo conto che c'è puzza di menzogna, il mio atteggiamento cambia completamente, anche se, all'apparenza, sono sempre lo stesso. Controsenso? Certo che no. Intanto metto al corrente la persona che si è presa gioco di me, anche in modo implicito, che me ne sono accorto e poi la tratto come merita, con una bella maschera impenetrabile. Mi riesce difficile, certo, indossarne ancora. Però, a volte, sono costretto ad adeguarmi soprattutto per disprezzo e perchè le persone che la vedono, non meritano di scorgere il mio animo, il mio vero volto.
Quando su facebook ho deciso di fare coming out, senza problemi, selezionando le persone che meritavano di andare più a fondo su di me, ci fu una parente che mi sconsigliò questo, piuttosto che quel contatto. Perchè se avessero saputo della mia omosessualità, avrebbero potuto cambiare idea sul sottoscritto. Ma ben venga una svolta del genere. E' l'occasione per fare un pò di pulizia. Cosa che ho fatto. Non ho seguito, per fortuna, i suoi consigli e una selezione naturale è avvenuta.
Io non ho mai avuto problemi a parlare, se il caso lo richiedeva, della mia omosessualità, visto che non è nulla di strano, perverso, malato come, forse, la persona che mi aveva consigliato di rimanere nell'ombra, pensa. Vado sempre avanti, come ho già scritto in un recente articolo del blog, a petto in fuori e orgoglioso di essere come sono: un uomo sincero, leale, che non tradisce, che si fa in quattro per gli altri, rispettoso, educato. Delle persone di cui mi innamoro o con cui vado a letto, deve interessare solo a me, non modifica la mia personalità. Chi si fa tanti problemi, evidentemente, considera me non come un uomo ma semplicemente come un gay. Non esprimo cosa penso in merito, sarei troppo volgare.
E anche della vecchia problematica familiare non ho mai avuto problema a parlarne, in quanto parte lesa. Quante volte mi è capitato di chiamare quella persona con i giusti termini, con il sorriso sulle labbra, in passato. Altri omettono addirittura il tutto, come se in città e nel circondario, per 40 anni, non fosse la storia sulla bocca di tutti.
Ecco...ho preso come esempio queste due situazioni della mia vita, per dimostrare cos'è, per me, la verità. Io non ne ho paura, anzi. Mi piace parlare tranquillamente e senza falsi pudori o tabù, di tutto con tutti, nei giusti tempi, come imparato dall'esperienza.
L'effetto collaterale, di cui me ne frega fino ad un certo punto è che LA VERITA' FA PAURA, sempre. Io non ho peli sulla lingua e se si affronta un argomento...vado fino in fondo senza paura, perchè non ho nulla da nascondere. Le persone come me....fanno paura ma è un bene che esistano.

domenica 4 agosto 2013

IL MIO SCRIVANO...


Non è un mistero, per chi mi conosce, che abbia fatto 9 anni di analisi (divisi in due parti, prima 4, poi 5) che mi hanno aiutato parecchio, insegnandomi anche un linguaggio interpretativo, introspettivo, che ho adoperato anche a posteriori, nella vita, nella conoscenza delle persone, nel dare consigli agli amici.
Non avevo mai pensato di fare psicoterapia ma la presa di coscienza totale, aveva bisogno di essere "studiata" da me attraverso chi lo sapeva fare. C'è, purtroppo, al sud, la pessima idea della gente ignorante che chi va da un medico che inizia per "psi" è un malato di mente o qualcosa del genere. Senza pensare, poverini, che c'è una grandissima differenza tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra. Vabbè...sorvolo sulla pochezza di chi non comprende, visto che, fortunatamente, chi legge i miei scritti, ha una cultura medio/alta e non c'è bisogno di dare tante spiegazioni.
Il primo incontro fu molto positivo. Mi aspettavo uno di quei "professori" con i capelli bianchi (non avevo, ripeto, mai fatto questa esperienza, avendo solo 21 anni). Niente di tutto questo. Si aprì la porta di casa sua e mi ritrovai di fronte un giovane, con i capelli ricci, gli occhiali che fanno molto "intellettuale", i baffi, giacca e cravatta. Tutto molto "formale". Aveva un ottimo profumo e, forse, le particelle che noi non vediamo ma che ci spingono o meno verso qualcuno, avevano già fatto il loro dovere. Una casa molto ben arredata e di mio gusto. L'ingresso con le pareti in legno che si fondevano con il parquet che scorreva per tutto l'appartamento. Mi fece accomodare nel suo studiolo, subito dopo la porta d'ingresso e lì, per terra, un bellissimo tappeto (una mia passione) che rendeva il tutto molto accogliente, caldo, intimo, familiare. La stanza era mediamente piccola, con la poltrona (ebbene sì, credevo di trovarvi il classico lettino e mi piacque questa "novità" che non avevo considerato) immediatamente a destra, avvolta quasi da una libreria a tutta parete che partiva dalle mie spalle (una volta sedutomi) e percorreva tutta la parete alla mia destra. Sulla sinistra, c'era una scrivania di legno, abbastanza piccola, con un "caos ordinato" sopra e una lampada accesa che faceva molta atmosfera, direi quasi "inglese", non so perchè. Di fronte a me una sedia molto semplice, tipo "regista", di tela nera, su cui, dopo che mi accomodai, si sedette lui. Alle sue spalle un balcone con tante piante, con l'avvolgibile praticamente chiuso, anche quello, "elemento" che conferiva all'ambiente l'"intimità" che ci doveva essere, quel rapporto speciale che doveva nascere tra me e lui, quella fiducia che dovevo avere per avere il coraggio di parlare, senza veli, di me. In passato (quando ebbi problemi con la scuola, nel senso che non volevo andarci...per le ragioni descritte in un altro...articolo di questo blog) avevo avuto a che fare con psicologi più o meno ciucci, che mi mettevo "nel taschino", come si suol dire, con una facilità estrema. Invece, questa volta, volevo davvero parlare di me e fare ordine tra le sensazioni che provavo.
Credevo mi facesse qualche domanda....invece mi sorrise, prese il suo notes, inserito in una cartellina nera, molto piccola, la penna e mi disse di partire, di parlare di quello che mi passava per la mente. Come detto...non ero preparato per cui all'inizio fui un pò chiuso ma dopo soli trenta minuti...gli avevo detto già che ero gay, iniziando a sviscerare i perchè mi ero rivolto a lui. Ci fu un'intesa immediata. Probabilmente per la sua giovane età ma anche per la mia innata capacità di entrare in empatia con le persone più grandi di me. Il fiume in piena...iniziò a trasbordare gli argini delle mie resistenze, dei miei tabù.
Per farla breve...mi trovai così bene che dopo una manciata di sedute, già iniziai ad avvertire i benefici di quello che stavo facendo. Ricordo che ero molto confuso. Non sapevo dove mettere mano al mio caos interno. Lui mi disse: "Immagina che la tua mente sia una libreria e i tuoi pensieri dei libri che in questo momento sono per terra, si confondono nel caos. Io ti aiuterò a fare ordine ma dovrai raccoglierli, uno per uno, solo tu, e riporli, in ordine di importanza, nella libreria. Vedrai che sarà un lavoro molto interessante, solo se avrai la ferma volontà di farlo. Faticoso ma risolutivo".
Ogni volta che scendevo dal suo studio, a parte le sedute che avrei voluto continuare all'infinito, mi sentivo molto sollevato, come se stessi davvero compiendo un passo importante per la mia vita, per essere più sereno e consapevole con me stesso, migliorando anche i rapporti con gli altri.
Ricordo che le sedute più interessanti, quelle in cui davvero veniva fuori il meglio, in cui si aprivano cassetti molto nascosti, in cui mi sentivo più "nudo", in cui riuscivo a capirci qualcosa di importante, erano quelle in cui, mi sedevo davanti a lui, dicendo "oggi non so cosa dire". Un percorso molto interessante che ho sempre consigliato a tutti. Io ci andrei anche adesso se solo potessi permettermelo. Si impara, come detto, un linguaggio molto particolare, si impara a ragionare in un modo molto schematico ed emotivo allo stesso tempo. Si comprendono certi meccanismi mentali, che il nostro subconscio produce, che rimangono dentro, risultando utili anche molti anni più tardi.
Mi dicono che sono stato anche fortunato a incontrare un professionista bravo, che è riuscito nel suo compito (tranne per un argomento che mi sono rifiutato di affrontare).
Dopo la parte "seria" dell'articolo, mi permetterete anche delle note a margine molto più leggere.
Mi ero sempre posto il problema del "e se mi dovesse piacere fisicamente? Se, andando in intimità, dovessi accorgermi che il mio analista dovesse piacermi, come mi comporterei?". Ecco...non è accaduto anche se non era male... Sicuramente devo dire che esteticamente era molto piacevole, come detto. Quando si tagliò i baffi (preferisco il pizzo o la barba intera) risultò più gradevole, con i capelli ricci molto corti. Devo essere sincero, ho fatto qualche pensiero su di lui, per verificare quanto potesse piacermi (perchè si crea inevitabilmente un rapporto molto intimo tra dottore e paziente). In un paio di occasioni ho pensato anche che avrei potuto baciarlo (per me la massima forma di intimità) ma non provavo alcun trasporto. Era sempre impeccabile, anche d'estate, con la sua polo Lacoste rigorosamente nera. Sennò portava, come detto, l'abito più formale. Tutti elementi che mi colpiscono in un uomo. Purtroppo aveva l'abitudine (chiedo scusa alle signore che leggeranno quanto segue...ma un pò di leggerezza ci vuole sempre) di portare i classici pantaloni con le pinces che poco lasciavano intravvedere della parte di un uomo che guardo maggiormente se è di spalle (cioè il sedere). Certo...c'era ed era molto gradevole alla vista (occhio clinico) :)
Spero di non esser stato volgare in questa ultima parte del racconto. Ma fa parte di me...lo spaziare su tutto.
Magari tornerò ancora a parlare di lui se dovessi accostargli qualche episodio particolare.

sabato 3 agosto 2013

LA MIA NONNA "DI FATTO".



Oggi voglio parlare della mia "nonna di fatto", che poi, in realtà, era la cugina di mia madre, da parte del padre. Premetto che non ho mai conosciuto la nonna paterna effettiva e che quella materna è stata anaffettiva anche se, all'apparenza, "sembrava" altro, nel senso che c'era un rapporto, ci si vedeva ogni tanto. Da piccolo si andava anche a pranzare da lei. Ma non ho mai sentito quel trasporto, non ho mai ricevuto un gesto, anche piccolo, che me la facesse sentire vicina al cuore. Mi riempiva di ricordi scolastici, anche simpatici, ma tutto finiva lì. Era troppo impegnata con il "nipote" che ha sempre considerato quasi come fosse un figlio, per accorgersi realmente di me. Mi ha preparato per gli esami di quinta elementare, mi ha aiutato a studiare le materie umanistiche ai tempi delle medie. Ma sempre senza quell'affetto di una nonna, senza quei gesti che potevano valere molto. Anche quando le si andava a far visita, non c'era quella fiducia che avrebbe dovuto esserci. Tanto che mi sentivo talmente estraneo che, se avevo bisogno di bere o andare al bagno...chiedevo il permesso (come insegnatomi a prescindere, da mia madre, sua figlia). Mamma si accorgeva dei gesti tra lei e l'altra figlia quando io, magari, mi spostavo nella camera accanto per giocare. Come se fossi un ladro o chissà cosa. Hanno sempre pensato che non ci si accorgesse di certe occhiate. Per non parlare di un episodio che giudico come il paradigma del nostro rapporto. Era l'epoca in cui erano molto di moda le gommine, di tutte le forme (io collezionavo quelle del Mulino Bianco). Ebbene...una mattina andai a casa sua, con mio fratello, per prendere nostro cugino (che abitava lì). Entrammo nella cucina, una stanza rettangolare, con il balcone di fronte alla porta che, di mattina, era quasi sempre in penombra. Tutta contenta...prese dal mobile (non ricordo esattamente come si chiamava) una bustina, chiusa, con delle gommine che avevano la forma di dolci di varia forma. Me la pose per farmele vedere (erano uguali a quelle che aveva ricevuto mio cugino, qualche giorno prima). Immaginavo fossero per me ma...per l'educazione ricevuta da mia madre, le guardai, esclamai "che belle" ma le lasciai sul tavolone che era al centro della stanza. Quando fummo sul punto di andar via, venne verso di me, che ero seduto...vicino alle gommine che erano poggiate sulla tovaglia "incerata" (a quadratini rossi e bianchi) che si usava un tempo e disse "visto che belle? le ho comprate a Vincenzo (il cugino più piccolo), proprio come quelle che ha Fabio". Rimasi gelato (avevo 11/12 anni). E' una scena che ricordo ancora, dopo 30 anni, come si fosse svolta ieri. Meno male che non le avevo prese in mano. L'umiliazione sarebbe stata ancora maggiore...
Inutile ricordare altri episodi, non violenti, ci mancherebbe, ma, ripeto assolutamente con una grande mancanza d'affetto. Non è un caso che ricordi quella che considero come la mia nonna vera. Scomparvero nello stesso anno, a distanza di 6 mesi l'una dall'altra. Ma non c'è il minimo confronto. Tanto per fare un esempio....la mia nonna "zia Pina", ieri avrebbe compiuto 91 anni. Il compleanno della nonna naturale non lo ricordo nemmeno di preciso.
Ma adesso voglio parlare di lei. Aveva una quindicina di anni più di mia madre, e per anni, è salita (abitava al secondo piano, noi al decimo) per stare con noi e per non soffrire tanto di solitudine. Era una zitella, come si diceva :) Aveva dei nipoti più diretti per cui stravedeva e che non la trattavano proprio bene. Praticamente per loro era solo l'eredità che avrebbero avuto e poco altro. Situazione opposta alla mia, visto che l'anaffettività proveniva dall'altro lato del rapporto. Mi spiace solo che negli ultimi mesi della sua vita (morì d'infarto) non venne più a farci compagnia, vista l'incompatibilità di carattere totale con mia sorella (cosa che a quest'ultima, non ho mai perdonato). Si, aveva un caratterino molto forte. Diciamo che, spesso, era quasi intrattabile se li si andava contro. Ma bastava saperla prendere e diventava una donna simpatica, sempre con la battuta pronta e anche affettuosa. Ricordo i piccoli gesti, quelli che mi erano mancati. La torta preparata per il mio compleanno, che i parenti/serpenti criticavano, visto che lo giudicavano un modo per non farmi un regalo, senza sapere che, per me, aveva un valore di gran lunga superiore, visto che lei l'aveva preparata pensando al sottoscritto, seguendo i miei gusti. Ricordo che sapeva che avevo la fissa per un'auto, la Lancia Thema. Ebbene...insieme alla torta (buonissima) mi "regalò" un ritaglio di giornale in cui quell'auto era ritratta e mi disse "ti auguro che possa comprartene due, quando sarai grande" (ecco, ripensandoci mi commuovo).
Ricordo la prima vacanza in assoluto, a Gallipoli, nel 1981, quando ci sembrava una meta così distante e il viaggio così lungo, tanto che lei si portò dietro le sue solite "granite di limone" per vincere il caldo, in un piccolo thermos rosso, con tanto di bicchierino giallo pallido. Ricordo esattamente quel viaggio, con l'auto carica in ogni centimetro, con mio fratello alla guida della nostra vecchia Ritmo azzurra, mia madre al suo fianco e io e lei...sul sedile di dietro...con tanti scatoloni (era la prima vacanza, per cui ci portammo tutto, dalle pentole alle sedie da mare). Ricordo lo "sbarco" a casa...quando non sapevamo dell'esistenza delle porte sul retro...quando scaricammo TUTTI i bagagli (compreso il cestone sul tetto) nella hall del residence, con me messo a guardia del carico...e loro che facevano avanti e dietro. All'epoca...quel luogo era molto elitario, praticamente tutta la Bari bene (avvocati, ingegneri, ecc.) e la sera c'era molto movimento. Per farla breve....sembravamo quasi dei poveri sfrattati :) "alla Totò" con scatoloni di tutte le misure e forme :) Tra gente quasi vestita da sera.
Ricordo l'indomani, quando, con lei, andammo alla ricerca di supermercati, verdurai, ecc. Una scoperta continua. E il primo pranzo, la prima giornata al mare, la prima serata sul terrazzo condominiale in cui ci si riuniva allegramente.
Gli episodi, solo per rimanere a Gallipoli, sarebbero tanti, come, ad esempio, quando cadde con il sedere per terra e tutte le buste della spesa sparse per il parcheggio, per aver inciampato nella grata per lo scolo dell'acqua. E le sue risate che quasi le impedivano di rialzarsi.
Ricordo la sua famosa focaccia ripiena (solitamente di cipolle). Preparata sia a Gallipoli che a casa. Pur detestanto le cipolle, ne mangiai una fetta e mi piacque. Ma solo perchè proveniva dalle sua mani. Lei conosceva la mia passione per il tonno, tanto che mi chiamava "tonnaro" in modo simpatico. Diverse volte, dopo essersi accorta che, comunque, la sua focaccia classica non la mangiavo con molto piacere, ne preparava una, più piccola, solo per me, con il ripieno di SOLO di tonno. Per non parlare della "scarcella" pasquale. Da quando non c'è più lei, non ne ho mangiate di così buone e, soprattutto, nessuno ne ha mai preparata una personalizzata.
Ecco, tutti gesti che dovrebbe fare una vera nonna. Tutti gesti che rimangono dentro. Tutti gesti che, per la gente stupida, sembrano banali ma, in realtà, hanno un enorme significato e valgono più di qualsiasi regalo che, da piccolo, ho ricevuto dalla casa della nonna naturale.
Zia Pina era speciale. Ripeto, spigolosa sicuramente. Ma bastava solo saperla prendere per il verso giusto.