domenica 28 luglio 2013

LA GRANITA DELLA DOMENICA...


A pranzo, dovendo adoperare un pò di ghiaccio per refrigerare l'acqua...ho detto a mia madre: "Ricordi quando preparavamo la granita, tritando il ghiaccio con quell'affare a manovella, rosso e bianco? E' bastata quella frase per spalancare la mia solita finestra sul giardino molto intimo dei ricordi, che fanno parte di me, mattoncino su mattoncino. E' tornato alla mia mente tutto il procedimento, tipicamente estivo, della preparazione della granita di caffè a cui veniva aggiunta, a volte, la panna. Era una gran festa, perchè rappresentava un gesto che certamente non poteva essere ripetuto d'inverno (che, per noi bimbi, rappresentava la scuola, quindi la "non libertà"). Ricordo anche il rumore che quel semplice aggeggio, quasi cilindrico, con un rigonfiamento sulla pancia, sotto rosso, sopra bianco, con il tappo rosso. Quante deliziose granite ha prodotto e quanta gioia. Quanta vita.
Nello stesso momento, associando sempre lo stesso fresco preparato estivo, ho ricordato la tipica domenica estiva, di 30 anni fa o poco più. Al mattino uscivo con mio padre (racconterò a parte "l'uscita domenicale con lui"), Dopo pranzo (le estati di un tempo erano "normali" a livello climatico), si stava sul terrazzo, per giocare (con la bicicletta, con cui scorrazzavo su un balcone che mi sembrava...molto grande) e per innaffiare le piante (ce n'erano molte, visto che mia madre ha sempre avuto il classico pollice verde). Di tutti i colori, profumi e dimensioni. Si procedeva riempiendo dei contenitori (per il Vernel) belli capienti. Solitamente ci dividevamo le piante con metodica attenzione. Oppure, se mia madre era impegnata, magari, nella pulizia del pavimento, il compito gravava tutto sulle mia spalle, con grande piacere. Si partiva da quelle che erano nei presso del rubinetto...per terminare con i vasi situati al lato opposto del terrazzo. C'era un filo logico per non tralasciarne alcuna. Ricordo il piacere di vedere la terra che da marroncino chiaro, diveniva più scura e umida perchè io la stavo "dissetando" mi dava un senso quasi paterno, sembrerà strano. Il profumo saliva alle narici e mi lasciava, ad ogni pianticella, inebriato. Certo, esageravo un pò, credendo di far loro del bene (visto che ci parlavo), subito redarguito bonariamente da mia madre che mi ripeteva che ci voleva la giusta quantità e che esagerando non facevo di certo del bene a quelle piantine. Dopo aver terminato, mi lavavo mani e piedi, mi rinfrescavo in generale e andavo al muretto che dava verso Est, quindi con il sole oramai alle spalle, in attesa di asciugarmi. Mentre il sole faceva evaporare l'acqua che era sul mio corpo, lasciandomi bello fresco (perchè quella era la parte del terrazzo che portava le migliori brezze marine)...dopo aver immaginato la domenica di quelli che erano nei palazzi di fronte (anche se erano lontani) che mi sembrava di conoscere. Poi rientravo in casa, mettevo la solita magliettina a righini orizzontali e mia madre telefonava al bar giù alla strada, per farci portare quattro granite di caffè con panna. Cosa che, all'epoca non era poi così comune ed eravamo considerati come "quelli che se lo potevano permettere".
Suonava il citofono. Ecco, erano arrivate. Il garzone le portava su e mia madre le distribuiva a noi figli, sul tavolo della sala da pranzo. Erano presentate in coppe dalla forma irregolare. Molto abbondanti. Me la gustavo, cucchiaino dopo cucchiaino. Un sapore unico. Irripetibile. 

Nessun commento: