martedì 16 settembre 2008

IL MAESTRO


Non capisco il perchè ma negli ultimi giorni mi è tornato in mente in maniera molto viva il periodo delle scuole elementari che, per me, non ha avuto un percorso lineare per una semplice ragione che spiegherò più avanti. Inizio subito col dire che son stato un bimbo che non ha pianto al momento del "distacco" da primo giorno. Ricordo distintamente (è sconvolgente come tutti i ricordi mi siano tornati così nitidi davanti agli occhi) che mia madre mi chiese "posso andare?" e io risposi tranquillamente "sì", anche se era la prima volta che mi trovavo in un "gruppo sociale" che non fosse la mia famiglia. Partì dalla seconda, avevo sei anni (la prima la feci privatamente, con mia madre). Al principio tutto andò in maniera perfetta. Ricordo tutti i particolari. La lampadina che veniva accesa nei pomeriggi di pioggia, l'atmosfera che c'era, poi i neon (dalla 3' in avanti), l'armadio in cui venivano custoditi quaderni e materiali vari, il classico odere della cancelleria scolastica. Ricordo la cartina dell'Italia appesa al muro, alle spalle del maestro e quella dell'Europa. Ricordo la bacchetta che colpiva sempre i soliti noti, che mai mi sfiorò visto che, modestamente, ero un alunno modello. Ricordo i colloqui con i genitori, il suono della campanella, il mettersi in fila "per due", lo scendere le scale, la liberazione di lasciare quell'edificio e la sicurezza di trovare sempre allo stesso posto, sulla sinistra appena fuori il portone, mio fratello oppure giù alle scale mia madre. Ricordo i pomeriggi passati a disegnare a casa, a imparere i verbi, le tabelline, la grammatica, a scrivere i "pensierini" o a risolvere un "problema" con il panino con la nutella ben stretto in una mano (mi sembra di sentire ancora l'odore particolare di quel pane). Tutto filava liscio come l'olio. Iniziai a socializzare, ad andare alle feste dei "compagni", ad invitarli a casa in occasione del carnevale (festa che ora detesto). Ricordo anche una mattina particolare in cui andai in giro per la città con gli amichetti, per fotografare i monumenti e fare una ricerca. Ricordo il senso di libertà "strana" che provai. Mi sentì "grande" specialmente quando entrai nel bar (il solito che frequentavo con mio padre) per chiedere un bicchier d'acqua, visto che un amico aveva sete. Ci entrai da solo e per me fu una grande conquista. Poi...poi avvenne un episodio che ha cambiato radicalmente il mio modo di rapportarmi alle persone. Il mio orgoglio smisurato era già un marchio di fabbrica all'età di 9 anni. Una mattina arrivai tardi (fu la prima volta), entrai in aula quando il maestro (che era per me comunque una figura importante) stava già facendo lezione. Il tempo di togliere il cappottino e di sedermi al banco ed ecco che arrivò il suo aspro e feroce rimprovero. Mi disse che a casua del mio ritardo, stavo disturbando il resto della classe e altre parole che non ricordo bene. Lo disse in un modo in cui mai si era rivolto a me. Booooom. Mi crollò tutto. Crollò la sua figura, si distrusse la "credibilità" che mi ero conquistato a fatica con il "gruppo", mi sentì estraneo per la prima volta alla classe. Dopo pochi minuti iniziò a mancarmi l'aria, andai dal maestro, scoppiai in lacrime e mi feci accompagnare fuori. Volli andare a telefonare a casa perchè proprio non riuscivo a rimanere in quel luogo. Così feci. Chiamai mia madre , accorse subito mia zia che mi portò immediatamente a casa. In quel momento si creò una frattura molto marcata tra me e...il resto del mondo. Potrà sembrare un episodio marginale o banale. Invece è stato incisivo sulla formazione del mio carattere. Pensate che io l'ho scoperto solo dopo 25 anni...facendo analisi con lo scrivano. Fu un passo della mia vita abbastanza devastante, visto che a scuola (era aprile e stavo frequentanto la 4') non ci tornai più, in quella classe non volli più metterci piede. Fui promosso ugualmente. I miei vollero provare (come era logico che fosse) a farmi tornare da quel maestro per la 5', qualche mese dopo ma non ci fu verso. Avevo proprio una vera repulsione (stavo malissimo) quasi inspiegabile per colui che mi aveva "umiliato e deluso" secondo la mia fragile psicologia di bimbo e il resto del gruppo. Per farla breve ..quell'anno mi preparò mia nonna e alla fine...feci gli esami da privatista in un'altra classe con una maestra. Quel problema mi si è ripresentato ogni volta che son dovuto entrare in un gruppo nuovo. Alle medie e al Liceo. Se si fosse consapevoli dei danni che può fare una frase detta in un certo modo ad un bimbo... Lui mi conosceva così bene, conosceva la mia fragile psicologia (credo come quella della maggior parte dei bambini), la fatica che avevo fatto, visto che ero molto attaccato alla mia famiglia e a mia madre in particolar modo, nel sentirmi parte integrante di un insieme di coetanei. Ero il suo "cocco", aveva avuto sempre un occhio di riguardo per me, visto che conosceva i miei genitori che rispettava in modo assoluto. E invece... fece quell'errore colossale che poi ha fatto da sfondo a tutti i miei approcci con "gli altri" durante l'arco della mia vita. Non sto esagerando. Ho sempre avuto difficoltà ad entrare in un nuovo gruppo di persone, a parlare in pubblico, a diventare "parte di una compagnia", a socializzare. Per fortuna son sempre riuscito a cavarmela nel rapporto a due, di qualsiasi genere. Chi mi conosce sa benissimo che ho una parlantina abbastanza spiccata che tutto fa pensare meno che sia una persona timida e riservata. Ancora oggi ho grossa difficoltà a frequentare un gruppo (che ho sempre rifiutato, tanto che... non ho mai avuto una comitiva in cui non avrei sopportato il peso del confronto), reggo fino a quando il numero delle persone non supera quello delle dita di una mano. Capite bene che quindi, è stato un danno notevole che mi son portato sulle spalle sin da piccolo. Chissà cosa sarebbe successo se quell'episodio non si fosse verificato. Probabilmente i miei rapporti interpersonali sarebbero stati di gran lunga diversi. Mah...
Il maestro è la figura (per un bambino) che viene subito dopo i genitori. Il bimbo deve rispettarlo e avere fiducia, praticamente deve essere un "genitore" all'esterno della famiglia. La classe, i compagni, rappresentano la prima comunità sociale che il bambino incontra al di fuori di casa, oltre la famiglia. Le due componenti sono fondamentali per la sua sana crescita. Io mi fidavo di lui, che mi aveva introdotto in "quella comunità", sapevo che non avrebbe mai fatto nulla che mi avrebbe potuto far male, proprio come un genitore. Nel momento in cui lui mi rimproverò così aspramente, fece si che tutto si frantumasse davanti ai miei occhi. Intendiamoci, lui mi aveva "ripreso" altre volte, però in modo paterno e giusto, senza urtare così profondamente il mio "io" più nascosto e fragile. Proprio come un genitore rimprovera un figlio che, magari, sbaglia. Son sempre stato timido e introverso, per me (e per quelli con il carattere simile al mio) era necessario usare altri tipi di linguaggi, altri modi di agire e di approcciarsi. Lui usò un tono molto forte, ricordo anche la sua espressione accigliata, come mai era accaduto. Non lo riconobbi. Per me in quel momento diventò un estraneo. MI UMILIO' davanti alla classe che avevo "conquistato" con difficoltà. Lui perse in pochi secondi l'autorevolezza che anche io gli riconoscevo e, dopo quella umiliazione così traumatica, tanto che avrei preferito sprofondare, inconsciamente chiusi con "gli altri", con quel gruppo. Crescendo poi non ho mai più avuto il "coraggio" di guardare in faccia gli ex compagni di scuola, se mi capitava di incontrarli per strada. Da qui si può evincere la gravità di quell'avvenimento (all'apparenza...catalogato come "episodio di poco conto") e l'incompetenza (nonostante avesse esperienza) di chi l'aveva causato. Beh...credo che per il momento possa bastare. Il tuffo nella mia infanzia ha evidenziato anche questa pagina negativa. Ce ne saranno altre...sicuramente più serene che tenterò di descrivere al meglio. Perchè, per fortuna, la mia infanzia è stata "colorata", come dice un mio amico, per cui gli episodi e le atmosfere positive....abbondano nei miei ricordi.

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